È l’espressione che si usava per le banche nel 2008: too big to fail.

Oggi è plausibile accostarla al settore dell’intelligenza artificiale?

Una mappatura del settore dell’intelligenza artificiale recentemente ha individuato 255 società quotate che insieme valgono 50mila miliardi di dollari di capitalizzazione, tutte legate a vario titolo all’AI.

Non sono solo più 7 aziende ma molte di più, definitivamente troppe per fallire.

Le stesse aziende, gli stessi soldi

Ormai è da diverso tempo che trattiamo questi temi e nello specifico ne avevamo parlato nell’articolo L’AI ha un problema fisico; nella filiera ci sono non solo gli hyperscaler ma intorno a loro gravita una costellazione variegata di fornitori: data center, neocloud, fornitori di energia e componenti di vario genere.

Il capitale gira in modo circolare tra questi nomi. Un hyperscaler investe in un laboratorio AI. Il laboratorio compra capacità di calcolo dall’hyperscaler. L’hyperscaler compra chip dal produttore, che a sua volta finanzia i data center di cui ha bisogno per continuare a vendere.

Ne avevamo già scritto analizzando l’allarme sulla big tech che vende e compra nella sua cricca ristretta.

Oggi però la cerchia ristretta non è più tale ma si è allargata in maniera esponenziale.

Chi dipende da chi

Alcune aziende della filiera vivono quasi per intero di un solo cliente.

Questo non è mai un bene.

CoreWeave ricava circa il 67% del fatturato da Microsoft. Applied Digital, che gestisce data center, prende il 56% da Oracle e il 30% da CoreWeave, che a sua volta dipende in gran parte da Microsoft.

Una singola decisione di uno dei grandi hyperscaler può pesare sulla sopravvivenza di queste aziende più piccole.

Se poi veramente SpaceX riuscirà a spedire i data center nell spazio entro il 2027, potrebbe diventare un problema per la filiera.

Anche se non tutti i datacenter certamente potranno gravitare intorno alla terra in uno spazio affollato come i centri cittadini di sabato pomeriggio.

Cosa lo rende diverso dal 2008

Il paragone con i mutui subprime prima del 2008 è già stato fatto troppe volte (in passato anche da noi): stessa logica di controparti legate tra loro in modo poco trasparente, stessa domanda finanziata in parte dalle aziende che ne beneficiano.

Ma too big to fail, nel 2008, significava che lasciarle cadere avrebbe fatto più danno che salvarle.

Qui il rischio è diverso.

Nel 2008 era solo denaro, qui ci sono prodotti fisici (GPU, cavi, edifici) che hanno obsolescenza e bisogno di ricambio continuo, non possono sparire nel nulla.

Il nucleo della filiera, hyperscaler e produttori di chip e memoria, genera cassa vera e ha rating solidi.

Non ci sono famiglie che si sono giocate la casa o bond argentini di vecchia memoria.

Il punto debole resta quello delle aziende più piccole e più indebitate.

Ma se anche qualcuna di loro dovesse fallire, non vuol dire che i fallimenti si estenderebbero per forza alle altre aziende della filiera.

Il credito degli hyperscaler è già sotto osservazione

Le agenzie di rating hanno segnalato nei giorni scorsi un peggioramento della qualità del credito degli hyperscaler. Nel frattempo il costo del debito sale ovunque, compreso nel settore AI, dove circolano già miliardi di prestiti legati ai data center.

Negli Stati Uniti l’idea che frenare lo sviluppo dell’AI possa far crollare i mercati è già entrata da tempo nel dibattito politico. È una delle ragioni dietro l’approccio poco incline a nuove regole dell’amministrazione Trump.

Cosa cambia per chi ha in portafoglio le Big Tech

Ormai l’AI e tutta la filiera intorno ad essa sono a tutti gli effetti una filiera industriale solida e consolidata nel tempo.

Ci sono ancora tante opportunità da esplorare prima di innescare una crisi, una di queste è mettere le ricerche con AI a pagamento invece che il tutto gratis al quale siamo abituati oggi.

Ne avevamo scritto in Perché la bolla AI potrebbe non scoppiare mai.

A distanza di mesi, queste nuove informazioni di cui siamo entrati in possesso non fanno altro che rinforzare questa tesi.

Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento.
Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.

Le bozze di questo articolo sono state preparate con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e successivamente verificate e approvate dalla redazione. L’immagine di copertina è creata con strumenti di intelligenza artificiale.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->