Ultimamente si sente parlare solo più di bolle: la bolla del credito, la bolla dell’AI e siamo sicuri che fino a quanto tutti ne parlano non scoppierà nulla. In questo articolo vi parlo di un aspetto curioso che ha attirato la mia attenzione di recente: un filo conduttore emerso dopo la lettura di diversi media statunitensi.

Negli ultimi due anni l’intelligenza artificiale è diventata la narrazione dominante dei mercati. Ogni trimestre le Big Tech annunciano nuovi data center, nuovi investimenti miliardari e nuovi piani di espansione. È la grande corsa al “computo”, alla potenza, alla capacità di elaborare modelli sempre più complessi.

Ma mentre la tecnologia avanza a un ritmo senza precedenti, in molti si domandando: tutto questo è economicamente sostenibile?
Tutto questo serve realmente o è sovradimensionato?
O stiamo ripetendo, in un’altra forma, la stessa cecità che precedette il 2008?

In questi mesi a catalizzare l’attenzione mediatica internazionale è Michael Burry, il gestore reso celebre da The Big Short, tornato in questi mesi a pubblicare analisi molto critiche sull’AI.


“Nel 2005 le case non erano care. Fino a quando lo erano.”

Come ripeto sempre “dura fin che dura”.

Nel 2005 Alan Greenspan sosteneva che il mercato immobiliare americano non mostrasse alcun segnale di bolla. Due anni dopo, quel mercato sarebbe imploso trascinando con sé il sistema finanziario globale.

Secondo Burry, quella leggerezza nelle stime è tornata.
Oggi Powell ha sostenuto pubblicamente che l’AI è un settore redditizio, che i giganti del cloud stiano investendo in modo razionale e che la domanda futura giustificherà tutto.
Anche se spesso vendono e comprano nella loro cricca ristretta.

Ma il punto non è la tecnologia che tutti ormai conosciamo.
Il punto è il rapporto tra costi certi oggi e ricavi ipotetici domani.


L’AI è usata da tutti, ma pagata da pochi

Qui sta la parte economicamente più fragile, e la più interessante per gli investitori.

Sono sempre di più le persone che “usano l’AI” – oltre il 60% degli adulti USA secondo Pew Research – ma quasi tutti lo fanno gratis.

Certo, le aziende e buona parte dei professionisti nel mondo lo usa e lo paga, ma la maggioranza delle persone chiede a Google come preparare la pasta alla Carbonara e Gemini sputa fuori la risposta aggratis.


Gemini risponde alle ricerche al posto di Google.
ChatGPT è usato dagli studenti nella versione free.
Gli LLM vengono integrati nei sistemi operativi come funzioni base.

Domanda d’uso diversa da domanda economica.

L’AI è diventata per molti un bene pubblico digitale ma percepita come un bene pubblico, come l’acqua che sgorga dai turet a Torino.


Ma costruire quel bene pubblico costa miliardi.

E qui nasce la domanda che Burry solleva:

Chi paga davvero per mantenere accesa questa infrastruttura globale?


I costi: data center, GPU, energia

L’AI non è un concetto astratto: è una filiera industriale, le GPU sono fatte di silicio e le cabine di ferro, per alimentarli si usa il Gas. Tutte materie prime reali non finte.

  • Data center che valgono quanto piccoli aeroporti
  • GPU che costano più di auto di lusso
  • Consumi elettrici che in alcuni Stati USA stanno già creando problemi di rete
  • Spese in conto capitale S&P 500 (al netto ammortamenti) ai massimi da vent’anni

È un investimento necessario per sostenere la rivoluzione AI.
Ma è anche un investimento anticipato su ricavi futuri ancora nebulosi.


Il parallelo con il 2000: troppa infrastruttura, poca domanda

Burry richiama un precedente storico: il boom delle telecom negli anni 2000.

Le aziende costruirono reti in fibra enormi. Chi tra i cinquantenni di oggi all’epoca non ha avuto un po’ di Tiscali o Cisco.
La capacità realmente utilizzata a quel tempo? Intorno al 5%.

La conseguenza? Prezzi crollati del 70% in un anno, default a catena.

Oggi i colossi del cloud stanno costruendo infrastruttura AI con la stessa logica: prima costruisco, poi la domanda arriverà.

Ma se la monetizzazione dell’AI richiederà più tempo del previsto – e oggi non c’è alcun dato che dimostri il contrario – il rischio è evidente: un settore costruito troppo in fretta rispetto alla redditività reale.


Burry non critica l’AI. Critica l’idea che tutto sia già sostenibile

È un punto cruciale.

Non siamo davanti a un rifiuto della tecnologia.
Burry non dice che l’AI non servirà.
Dice che, come ogni rivoluzione, ha un costo enorme e una monetizzazione incerta.

Che è esattamente ciò che accadde nel 2008:
i prezzi delle case non sembravano gonfiati… finché non è stato evidente che erano insostenibili rispetto ai redditi.


La domanda finale per gli investitori

Il tema non è prevedere un crollo.
Il tema è capire se il mercato stia prezzando crescita futura senza interrogarsi abbastanza sul costo reale dell’IA oggi.

La rivoluzione AI è reale.
La redditività, per ora, è molto meno reale dei costi.

E questo è un punto che merita attenzione.
Non per paura, ma per lucidità.


Fonti utilizzate:

– Bloomberg, The AI Bubbles is ignoring Michael Burry’s Fears
– CNBC, Michael Burry’s next ‘Big Short’: An inside look at his analysis showing AI is a bubble
– Fortune, The ‘Big Short’ investor betting $1 billion against the AI bubble says Meta and Oracle’s accounting is hiding the brutal truth
– Business Insider, Big Short’ investor Michael Burry sends another AI bubble warning, this time using a ‘Lord of the Rings’ meme
– Pew Research Center, Public Awareness of Artificial Intelligence in Everyday Activities

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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