In questi giorni tutti i mercati tecnologici sono entrati senza dubbio in contrazione ma parlare di crollo dei mercati o bolla AI è ancora prematuro soprattutto in un momento nel quale i numeri sono già chiari e disponibili al mondo finanziario e non costituiscono più un effetto sorpresa in grado di spaventare i mercati.

È probabilmente la bolla più telefonata della storia: tutto quello che leggerai in questo articolo è di dominio pubblico da mesi, non l’effetto sorpresa che fece scattare un Lehman Brothers. E questo, paradossalmente, è già un motivo per non aspettarsi lo stesso esito.

Attenzione: quanto scritto in questo articolo esprime una visione personale — non significa che i mercati non possano scendere, ma che potrebbe mancare la fase più volatile della correzione.

La Corea è un caso isolato

Oggi il Kospi ha perso il 5,98%, chiudendo a 5.663 punti dopo essere arrivato a cedere fino al 12,6% in seduta. È il secondo giorno consecutivo in cui la Borsa di Seoul attiva il circuit breaker, cosa mai successa prima nella storia del mercato coreano su due sedute di fila. Ieri l’indice aveva già lasciato sul terreno oltre il 10%. Samsung Electronics e SK Hynix, che da sole pesano più della metà dell’indice, guidano il ribasso con cali giornalieri a doppia cifra.
Il Kospi amplifica più di ogni altro listino le oscillazioni di sentiment sull’intelligenza artificiale, per via della concentrazione su pochissimi titoli legati ai semiconduttori ma questa volatilità tipica di un sistema iperconcentrato si è vista solo marginalmente sul Nasdaq.

Il 28 luglio, con il Kospi giù del 10,8%, l’S&P 500 ha chiuso quasi invariato, il Dow Jones è salito dello 0,5% e il Nasdaq ha ceduto appena lo 0,2%. Il giorno dopo, con la Corea giù di un altro 5,98%, l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,2%, il Dow l’1% e il Nasdaq è rimasto fermo sullo stesso -0,2%.

A soffrire sono stati soprattutto i produttori di chip, non l’indice nel suo complesso; alcuni titoli, come vedremo, hanno addirittura brillato.

Ma veniamo prima alle notizie a tinte fosche.


Il debito dei giganti tech corre più veloce degli utili

Nel corso del 2026 la spesa combinata in infrastruttura di Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta è stata rivista al rialzo trimestre dopo trimestre: dopo i risultati del primo trimestre si parlava di un intervallo tra 650 e 700 miliardi di dollari, oggi le stime più aggiornate si collocano tra 725 e 800 miliardi per l’intero anno.
Per il 2027 le proiezioni più recenti circolate sul mercato collocano la spesa combinata sopra i 1.000 miliardi di dollari, con punte fino a 1.100 miliardi. Sono stime, non cifre già scritte nei bilanci, ma convergono tutte nella stessa direzione: la soglia dei 1.000 miliardi nel 2027 non è un’ipotesi isolata, è il punto su cui si allineano gran parte delle proiezioni disponibili sul settore.
Per finanziare questa mole di investimenti, le società fanno sempre più ricorso al debito e questo ne aumenta la rischiosità percepita.

Nel 2025 l’emissione di obbligazioni da parte degli hyperscaler ha toccato circa 121 miliardi di dollari, oltre quattro volte la media dei cinque anni precedenti, con più di 90 miliardi concentrati negli ultimi mesi dell’anno. Le obbligazioni legate specificamente ai progetti di intelligenza artificiale sono passate da 136 miliardi nel 2025 a una stima di 270 miliardi per il 2026, quasi il doppio.
Il free cash flow, che fino a poco tempo fa finanziava buona parte di questi investimenti, si sta assottigliando: per il 2026 è atteso vicino allo zero o negativo per la maggior parte di queste società, con l’eccezione di Alphabet e Microsoft. Diverse stime indicano che entro il 2027 la spesa in conto capitale di questo gruppo di aziende supererà nel complesso il flusso di cassa operativo generato.


Il debito che non compare nei bilanci

C’è poi un secondo livello, meno visibile. Il debito che compare nei bilanci di Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta e Oracle vale oggi circa 1.350 miliardi di dollari. Esiste però anche un debito fuori bilancio, legato a contratti di leasing pluriennali per data center, accordi di fornitura di chip e joint venture con fondi di credito privato che finanziano la costruzione degli impianti mentre la capogruppo si impegna solo ad affittarne la capacità una volta operativi. Questa seconda componente è stimata in circa 1.650 miliardi di dollari, quasi otto volte il livello del 2022 e oggi superiore al debito iscritto a bilancio. Nel caso di Meta, il debito fuori bilancio arriverebbe a circa tre volte quello sui libri contabili.
Le joint venture e i leasing a lungo termine sono strumenti finanziari comuni, usati anche fuori dal settore tech. Quello che pesa in questo caso è la dimensione che hanno raggiunto, e quanto poco di questa esposizione compaia nei numeri che il mercato guarda per primi, cioè debito lordo e leva sul bilancio consolidato.


Apple, l’eccezione che conferma la regola

In questo quadro, ieri Apple ha toccato per la prima volta i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in seduta, salvo poi chiudere appena sotto quella soglia. È solo la seconda azienda della storia a raggiungerla, dopo Nvidia nell’ottobre 2025. Per mesi il mercato aveva penalizzato Apple perché, a differenza di Amazon, Google e Microsoft, non si era lanciata nella costruzione di data center propri, preferendo integrare l’intelligenza artificiale nei suoi dispositivi senza esporre il bilancio a investimenti diretti in infrastruttura. Con il capex degli hyperscaler sotto la lente, quello che sembrava un ritardo si è trasformato nell’argomento più solido a favore del titolo.

Ha senso parlare di fine delle Magnifiche Sette?

La correlazione che per anni ha fatto muovere le Magnifiche Sette come un blocco unico si sta rompendo.
A giugno il gruppo ha perso complessivamente oltre 2.200 miliardi di dollari di capitalizzazione, mentre l’indice dei semiconduttori è salito di oltre il 70% da inizio anno.
Chi produce i chip beneficia della domanda di intelligenza artificiale; chi costruisce i data center e finanzia l’infrastruttura con debito crescente viene messo sotto pressione dagli stessi investitori che fino a poco tempo fa premiavano la stessa storia. Le stime più recenti sul gruppo indicano che nel 2026, nel suo insieme, potrebbe fare peggio dell’indice S&P 500 calcolato a pesi uguali: S&P 500 sale mentre i Mag7 restano fermi.
Parlare di fine delle Magnifiche Sette come blocco che si muove all’unisono ha quindi un fondamento nei dati.

Parlare di fine delle singole aziende che lo compongono è un’altra cosa, e i numeri non la sostengono: restano fra le società con i margini, la generazione di cassa e la posizione competitiva più solide al mondo.

Quello che sta finendo è la fase in cui bastava comprare l’indice tecnologico per cavalcare la stessa storia con lo stesso rischio.

Da qui in avanti, la selezione tra chi finanzia la crescita con debito crescente e chi la finanzia con la cassa che genera diventa un criterio che pesa.

Questo sì che è un punto delicato da monitorare: se l’incertezza sull’indebitamento degli hyperscaler cresce, si riflette prima o poi su tutta la filiera che oggi sta vincendo — fornitori compresi.

E se invece di far scoppiare la Bolla AI la trasformassero a pagamento?

Ritengo che la Bolla AI potrebbe non scoppiare mai, e ai due motivi di cui ho già parlato se ne aggiunge un terzo: il modello gratuito con cui i grandi produttori ci hanno abituato all’intelligenza artificiale — un bene pubblico al pari di acqua o elettricità, quello a cui chiediamo “qual è il ristorante di sushi più vicino? Naviga verso…” senza pensarci — non è una condanna. È solo il primo capitolo.

Se il problema è la redditività, questi colossi possono deciderlo dall’oggi al domani: passare all’abbonamento, esattamente come già succede con lo spazio di archiviazione cloud delle foto, dove c’è chi cancella per restare nei limiti gratuiti e chi paga per averne di più. Sarà il pubblico a decidere da che parte stare.

Anche solo 10 euro l’anno per le risposte di Gemini su pc e telefono verrebbero pagati da molti, e basterebbero a pesare in modo diverso sui bilanci di chi oggi fatica a far quadrare capex e cassa.

Cosa cambia per gli investitori

Chi ha in portafoglio esposizione ai giganti tecnologici americani si trova davanti a una distinzione che prima non serviva fare: oggi non tutta l’esposizione al tema intelligenza artificiale ha lo stesso profilo di rischio.
Le società che finanziano la crescita soprattutto con debito e impegni fuori bilancio sono più sensibili a un cambio di umore del mercato del credito rispetto a quelle che la finanziano con la cassa che generano.
Quindi l’investitore deve imparare a diventare più selettivo con gli strumenti del Circolo degli Investitori.

Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento. Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.

Le bozze di questo articolo sono state preparate con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e successivamente verificate e approvate dalla redazione. L’immagine di copertina è creata con strumenti di intelligenza artificiale.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->