Oggi sono passati 39 anni esatti dal 19 ottobre 1987 (black monday), il giorno in cui il Dow Jones perse il 22,6% in una sola seduta. In percentuale resta il peggior giorno della sua storia.

Anche il calendario coincide. Il 19 ottobre 1987 era un lunedì e lo è anche oggi.

E le somiglianze con quel periodo vanno oltre il calendario: tassi in salita, tensioni nel Golfo Persico, Borse cresciute per anni e una tecnologia nuova che decide da sola quando vendere.

Tassi in salita, allora e oggi

Nel 1987 la Federal Reserve aveva da poco un nuovo presidente, Alan Greenspan. A inizio settembre alzò il tasso di sconto al 6% per frenare l’inflazione e sostenere un dollaro debole.

Il crollo arrivò sei settimane dopo.

Oggi il copione è simile. La BCE ha alzato i tassi a giugno e di nuovo a settembre, portando quello sui depositi al 2,50%; la Fed ha fatto lo stesso a settembre, con la forchetta salita a 3,75-4%. È il secondo ciclo di rialzi in pochi anni, e i mercati ora si chiedono se ne arriveranno altri entro dicembre.

Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz

Nell’ottobre del 1987 nel Golfo era in corso la cosiddetta guerra delle petroliere tra Iran e Iraq. Venerdì 16 ottobre un missile iraniano colpì la Sea Isle City, una petroliera kuwaitiana che navigava sotto bandiera americana.

La mattina di lunedì 19 la Marina degli Stati Uniti rispose colpendo due piattaforme petrolifere iraniane. Poche ore dopo Wall Street apriva la seduta del crollo.

Oggi il rischio su Hormuz è tornato al centro delle Borse. Il rincaro dell’energia legato al conflitto in Medio Oriente è proprio una delle ragioni con cui la BCE ha motivato i rialzi.

Cinque anni di rally e un mercato concentrato

Nell’agosto del 1982 il Dow Jones valeva meno di 800 punti. Esattamente cinque anni dopo, il 25 agosto 1987, toccò il massimo a 2.722 punti: in cinque anni l’indice aveva più che triplicato.

Le valutazioni erano alte e chi comprava lo faceva perché i prezzi salivano da anni.

Il quadro di oggi ha un elemento in più. L’S&P 500 dipende da pochissimi giganti tecnologici, quasi tutti legati alla corsa sull’Intelligenza Artificiale. Quando i titoli che pesano di più sono anche quelli più cari, un loro calo trascina giù tutto l’indice.

Dalla Portfolio Insurance agli algoritmi di oggi

Il 1987 fu il primo crollo provocato in buona parte dai computer. La Portfolio Insurance era una strategia molto diffusa tra i grandi fondi: i programmi vendevano futures sugli indici in automatico, ogni volta che il portafoglio scendeva oltre una certa soglia.

Le vendite facevano scendere i prezzi, i prezzi più bassi facevano scattare nuove vendite. Il 19 ottobre quel circolo girò per tutta la giornata.

Oggi la maggior parte degli scambi mondiali passa da sistemi di High-Frequency Trading e da algoritmi sempre più guidati dall’Intelligenza Artificiale. Rispetto al 1987 la velocità è un’altra cosa: davanti a uno shock improvviso, questi sistemi possono prosciugare la liquidità del mercato in pochi secondi.

Il venerdì prima

Venerdì 16 ottobre 1987 il Dow Jones aveva già perso il 4,6%, chiudendo la settimana peggiore da anni.

Lo scorso venerdì gli indici americani hanno dato i primi segnali di cedimento. Il Nasdaq ha chiuso in calo importante, mentre il Dow Jones ha recuperato dopo aver perso il 7,6% nelle otto settimane precedenti. È una rotazione dai tecnologici verso i settori tradizionali, che per ora somiglia più a un riposizionamento che a una fuga dal mercato.

Cosa è cambiato dopo il 1987

La prima differenza sono i circuit breakers, nati proprio dopo quel lunedì. Oggi, se l’S&P 500 perde il 7% o il 13%, gli scambi si fermano per 15 minuti; con un calo del 20% il mercato chiude per il resto della giornata.

Poi c’è l’infrastruttura. Nel 1987 i sistemi della Borsa di New York andarono in tilt, le quotazioni arrivavano con oltre un’ora di ritardo e molti gestori non sapevano a che prezzo fossero stati eseguiti i loro ordini, perché linee telefoniche e terminali erano intasati. Le Borse di oggi processano milioni di ordini al secondo.

La terza differenza è la banca centrale.

La mattina del 20 ottobre 1987 Greenspan diffuse una dichiarazione di una sola frase: la Fed era pronta a fornire liquidità al sistema economico e finanziario.

Per l’epoca era una novità. Oggi i mercati danno per scontato quel tipo di intervento, tanto che ha un nome, il Fed Put.

La mia lettura

La storia non si ripete mai uguale e sono convinto che oggi non accadrà nulla. Il 3 novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di mid term e, il più delle volte, dopo il voto le Borse hanno iniziato un nuovo rally.

Nelle bolle passate le azioni si compravano a mani basse fino al giorno prima del crollo. Oggi nelle Borse americane vedo movimenti più ambigui, come se il mercato stesse sabotando da solo la propria corsa.

Prendiamo Alphabet. Per anni ha sostenuto il titolo riacquistando azioni proprie, e nel 2026 è tornata più volte sul mercato obbligazionario: ad agosto ha collocato 25 miliardi di dollari di bond per finanziare gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.

Ne ho parlato su Instagram dove ho ripreso la vecchia teoria dei flussi di capitale.

Potrebbe essere solamente un riposizionamento strategico ma con i tassi in salita, o al massimo fermi, indebitarsi adesso è una scelta che fa riflettere.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->