Questa settimana l’attenzione dei mercati si concentra sulle decisioni della Fed, attese mercoledì 16 settembre, e della Banca del Giappone, venerdì 18. Due appuntamenti ravvicinati che possono muovere azioni, obbligazioni e valute nel giro di pochi giorni.
La parola d’ordine per questa settimana è resistere.
Fed, l’esame di Warsh tra inflazione e pressioni della Casa Bianca
La riunione del 15-16 settembre è un passaggio delicato per Kevin Warsh.
Con l’inflazione ancora sopra l’obiettivo del 2%, la crescita americana sostenuta e gli utili aziendali che continuano a mostrare forza, gli argomenti per una politica monetaria restrittiva restano solidi. Un eventuale rialzo dei tassi aprirebbe però un nuovo scontro con Trump, che da tempo chiede, minacciando ritorsioni, una riduzione del costo del denaro.
Per gli investitori conteranno le motivazioni della decisione e l’autonomia con cui sarà presa. Una Fed disposta a contrastare l’inflazione anche sotto pressione politica rafforzerebbe la propria credibilità. Un taglio percepito come una concessione alla Casa Bianca rischierebbe invece di essere accolto male dai mercati, pur rendendo il credito meno costoso.
La reazione delle Borse dipenderà anche da quanto la scelta sarà coerente con i dati economici e con le aspettative già nei prezzi. Il rialzo di Wall Street di venerdì scorso suggerisce che il mercato può tollerare tassi più alti, se accompagnati dalla fiducia nella tenuta dell’economia. I risultati positivi di Oracle contribuiscono a sostenere questa fiducia, anche se quelli di una singola azienda restano una conferma circoscritta.
Restiamo nel campo delle ipotesi, nessuno sa come reagiranno veramente i mercati. Warsh è stato scelto anche perché il suo predecessore non assecondava le richieste della Casa Bianca: cosa i mercati considereranno “coerente” da parte sua resta un’incognita.
BoJ, perché la decisione sui tassi preoccupa i mercati
Venerdì 18 settembre tocca alla Banca del Giappone, con l’attenzione concentrata sul rischio di un rialzo dei tassi e sulle indicazioni per i mesi successivi. La preoccupazione riguarda soprattutto il carry trade: operazioni con cui gli investitori si finanziano in yen a basso costo per acquistare attività più remunerative in altre valute.
Tassi giapponesi più alti e uno yen più forte possono rendere queste posizioni meno convenienti, spingendo gli operatori a vendere gli investimenti e riacquistare yen per rimborsare i prestiti. Se le chiusure si concentrassero in poco tempo, le vendite potrebbero propagarsi anche ai mercati esteri.
Il recente rafforzamento dello yen ha già riacceso questi timori. Molto dipenderà da quanto la decisione e le parole della BoJ sorprenderanno gli investitori rispetto alle attese.
Baltic Dry Index, il segnale che arriva dai noli marittimi
La settimana scorsa avevo notato la crescita repentina del Baltic Dry Index come potenziale segnale di rafforzamento dell’economia. Poi è esplosa la crisi sullo Stretto di Bab el-Mandeb, con l’avanzata Houthi che minaccia una delle rotte più trafficate al mondo.
Una parte di quel rialzo sembra spiegarsi con il timore di una riduzione delle rotte navigabili nell’area, anche se il Baltic Dry Index sale in queste settimane anche per altri fattori: la minore disponibilità di navi Capesize dovuta ai tifoni e l’aumento dei flussi di export di minerale di ferro.
Quello che conta è la trasmissione verso l’inflazione. Noli marittimi più alti si scaricano sui costi di importazione e alimentano i prezzi al consumo. Un indicatore di trasporti diventa così un altro tassello nel quadro inflattivo che la Fed dovrà valutare mercoledì.
Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento.
Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.
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