Settembre ha la fama del mese nero per l’S&P 500, il più temuto del calendario borsistico. Ma gli ultimi due, il 2024 e il 2025, hanno chiuso entrambi in rialzo, e la domanda a inizio di ogni settembre da qui in avanti sarà se quella fama regge ancora.
I numeri lo confermano. Sul nostro calcolo su 27 anni di storia dell’S&P 500, settembre è l’unico mese con una media negativa, -1,59%. È anche uno dei mesi più nervosi dell’anno: la deviazione standard è 4,85, terza più alta dopo ottobre (5,57) e aprile (4,98), contro mesi come agosto o dicembre che stanno sotto 3,6.

Poi ci sono gli ultimi due settembre presi singolarmente. Il 2024 ha chiuso a +2% circa, tanto che ne avevamo già scritto un anno fa, quando lo schema si era rotto per la prima volta. Il 2025 ha chiuso a +3,3% circa: due eccezioni consecutive dentro una statistica che, sull’intero campione di 27 anni, resta negativa.
Prima possibile spiegazione, il calendario della Fed
Una parte della debolezza ha una spiegazione tecnica, legata al calendario delle riunioni della Federal Reserve. Il FOMC si riunisce otto volte l’anno, di norma ogni sei settimane circa. Tra la riunione di fine luglio e quella di settembre passano invece circa otto settimane, il buco più lungo del calendario annuale. Più tempo senza un aggiornamento ufficiale sui tassi significa più spazio per l’incertezza a prezzare, e i mercati tendono a scontare quell’incertezza vendendo prima di sapere.
Seconda possibile spiegazione, la stagione degli utili si prende una pausa
C’è poi un fattore legato ai risultati trimestrali. Le trimestrali del secondo trimestre si esauriscono entro metà agosto, quelle del terzo trimestre non partono prima di metà ottobre. Settembre cade in mezzo, nel tratto dell’anno con meno notizie societarie a muovere i prezzi titolo per titolo. Gli utili restano il motore principale dei rendimenti azionari: quando mancano, il mercato si muove più sul rumore macro che sui fondamentali delle singole aziende.
Terza spiegazione, il trimestre si chiude e i portafogli si sistemano
A questo si aggiunge un comportamento ricorrente tra i gestori professionali. Con la fine del terzo trimestre alle porte, molti fondi alleggeriscono le posizioni più deboli dai portafogli prima di doverle mostrare agli investitori in rendiconto. È il cosiddetto window dressing, una prassi diffusa ma non codificata in alcun regolamento. Contribuisce comunque alla pressione di vendita nelle ultime settimane del mese.
Cosa cambia nell’anno di elezioni di metà mandato
Il 2026 è un anno di midterm, è possibile che gli anni di elezioni di metà mandato peggiorino ulteriormente la stagionalità di settembre o quanto meno che si aumenti l’incertezza sui mercati.
I dati storici non sostengono in modo netto questa tesi.
Negli anni di midterm il ribasso medio di settembre è stato storicamente vicino a quello degli altri anni, leggermente peggiore in alcune serie statistiche, sostanzialmente in linea in altre.
Alcuni tra i migliori rendimenti di settembre mai registrati sono arrivati proprio in anni di midterm.
Cosa aspettarsi
La stagionalità non è una legge fisica, è una tendenza statistica costruita su un campione di quasi trent’anni, con eccezioni frequenti quanto la regola stessa. Chi analizza il calendario della Fed, la pausa degli utili e il window dressing di fine trimestre ha in mano tre spiegazioni tecniche reali, non superstizioni. Ma gli ultimi due settembre ricordano che la sequenza può interrompersi, ed è già successo due anni di fila. Un eventuale storno resta comunque il tipo di fase che, storicamente, ha preceduto un quarto trimestre solido: un pattern da tenere presente, non da usare come certezza operativa.
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