Negli Stati Uniti la corsa ai data center per l’intelligenza artificiale sta incontrando un ostacolo che fino a un paio d’anni fa quasi non esisteva: i cittadini.
Nel primo trimestre del 2026 almeno 75 progetti, per un valore complessivo di 130 miliardi di dollari, sono stati bloccati o rimandati per l’opposizione delle comunità locali. Un volume simile di progetti ostacolati era già emerso nel 2025: non è un episodio isolato, è una tendenza che si consolida.
Un acronimo nuovo per un fenomeno vecchio
Il NIMBY, “not in my backyard”, esiste da decenni ed è la sigla con cui si descrive l’opposizione dei residenti a qualsiasi infrastruttura vicino casa: inceneritori, centrali, tralicci. Quello che sta succedendo con i data center per l’AI ha un tratto distintivo abbastanza netto da meritare un nome suo: NAIIMBY, no AI in my backyard.
Le ragioni si sovrappongono in parte a quelle del NIMBY classico, rumore, consumo d’acqua per il raffreddamento, impatto sul valore degli immobili. C’è però un elemento in più, la paura per il posto di lavoro. Un sondaggio Pew Research di agosto misura al 71% la quota di americani preoccupati che l’intelligenza artificiale riduca l’occupazione nei prossimi 20 anni. Un rilevamento Gallup di maggio arriva a una cifra vicina sull’opposizione diretta: il 48% degli intervistati si dichiara “fortemente contrario” alla costruzione di un data center nella propria zona, un altro 23% “parzialmente contrario”. Sommati, superano i due terzi della popolazione.
I soldi come contromossa
Le aziende che costruiscono data center rispondono con la stessa logica con cui si prova a disinnescare qualsiasi opposizione locale: soldi diretti alle comunità.
Meta ha aperto un fondo da un miliardo di dollari, “Future Is For Everyone”, destinato alle aree vicine ai propri impianti. OpenAI ha promesso 80 milioni di dollari in fondi comunitari e altri 71 milioni in crediti di programmazione a una comunità della Georgia dove punta a costruire un nuovo data center.
Sul fronte occupazionale il settore ha un numero da opporre alle proteste. Uno studio di Goldman Sachs pubblicato a marzo stima in 216.000 i posti di lavoro creati nell’edilizia dal 2022 grazie alla costruzione di data center.
È l’argomento che le aziende usano più spesso nei confronti pubblici con le amministrazioni locali, insieme alle promesse di gettito fiscale.
Ma si possono bere gli assegni?
Il rischio per la tesi di crescita infinita
Quando si parla di capex dell’intelligenza artificiale si tratta la crescita della domanda di calcolo come un dato quasi fisico, che si scontra solo con vincoli tecnici: energia disponibile, chip, terreno. Il NAIIMBY aggiunge quello che in inglese si definisce “roadblock“, uno sbarrament politico e locale, che si tenta di risolvere con un assegno.
Un permesso bloccato in una contea non ferma il settore nel suo complesso. Rallenta però le tempistiche di singoli progetti, alza i costi di negoziazione con le comunità e introduce un’incognita che i piani di espansione degli hyperscaler tendono a trattare come marginale. Per chi valuta titoli esposti alla filiera dei data center, dai gestori di infrastrutture alle utility che devono garantire l’energia, è un attrito operativo da mettere in conto nei tempi di esecuzione, non solo nella domanda di lungo periodo.
Forse, chissà, spedire i data center nello spazio potrebbe essere proprio la soluzione migliore.
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