Il DXY è l’indice più citato quando si parla di dollaro. Lo trovate su ogni piattaforma di trading, in ogni analisi macro, nei commenti sui metalli e sui bond. Lo uso anch’io quotidianamente, dando per scontato che misuri quello che dice di misurare: la forza del dollaro rispetto ai principali partner commerciali degli Stati Uniti.
Poi ho letto la metodologia. Continuo a usarlo — nella pratica non cambia molto — ma quello che ho trovato vale un approfondimento.
Il paniere del DXY non è stato aggiornato dal 1999
Il DXY fu lanciato il 1° marzo 1973, subito dopo il collasso di Bretton Woods. Il dollaro non era più ancorato all’oro, le valute fluttuavano liberamente, e serviva uno strumento per capire come si muoveva il dollaro rispetto ai partner commerciali degli USA.
Il paniere originale includeva dieci valute, ponderate sui flussi commerciali del 1973: marco tedesco (20,8%), franco francese (13,1%), lira italiana (9%), fiorino olandese (8,3%), franco belga (6,4%), sterlina (11,9%), yen (13,6%), dollaro canadese (9,1%), corona svedese (4,2%), franco svizzero (3,6%). Le cinque valute europee sommate pesavano il 57,6%.
A gennaio 1999, con l’introduzione dell’euro, quelle cinque valute furono sostituite da un’unica voce EUR mantenendo lo stesso peso aggregato. Tutto il resto rimase invariato.
Una sola modifica strutturale in 52 anni.
Dal FAQ ufficiale di ICE, la società che gestisce l’indice: “Non esistono aggiustamenti o ribilanciamenti programmati dell’ICE U.S. Dollar Index. L’indice è stato modificato una sola volta, quando l’euro è stato introdotto come valuta comune dell’Unione Europea.”
Con il 57,6% in euro, il DXY riflette principalmente EUR/USD
La conseguenza è diretta: la correlazione misurata tra il DXY e il cross EUR/USD è strutturalmente intorno a 0,85, invertita — e in certi periodi superiore. Guardare il DXY equivale nella sostanza a guardare EUR/USD al contrario, con un contributo aggiuntivo dello yen (13,6%) e pesi residui per sterlina, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero.
Per chi analizza le dinamiche euro-dollaro a breve termine, il DXY funziona bene: è liquido, è storico, è un benchmark di mercato consolidato. Per misurare la forza complessiva del dollaro sui partner commerciali attuali degli USA, la composizione del paniere non è sufficiente.
I principali partner commerciali degli USA non sono nel paniere
Il commercio estero degli Stati Uniti è cambiato radicalmente dal 1973. Secondo i dati del Census Bureau relativi al periodo gennaio-ottobre 2025, i principali partner per volume totale scambiato sono:
- Messico — 731 miliardi di dollari
- Canada — 607 miliardi
- Cina — 357 miliardi (in calo del 26,7% per i dazi)
- Taiwan — 201 miliardi
- Germania — 196 miliardi
- Giappone — 191 miliardi
- Regno Unito — 134 miliardi
L’Unione Europea come blocco aggregato supera gli 880 miliardi. Vietnam e Corea del Sud completano il quadro dei partner rilevanti nei dati più recenti.
Nel DXY, Messico e Cina pesano esattamente zero. Il Messico è oggi il primo partner commerciale degli Stati Uniti. La Cina il terzo. Vietnam, Corea del Sud e Taiwan — assenti dal DXY — rappresentano insieme uno dei segmenti commerciali in più rapida crescita. Nel paniere, invece, c’è la corona svedese al 4,2%, peso assegnato sulla base dei flussi del 1973.
La Fed costruì il DTWEXBGS nel 1998
Nel 1998, la Federal Reserve creò i propri indici trade-weighted perché il DXY non rifletteva più i reali pattern commerciali degli Stati Uniti. Nel 2019, dopo una revisione metodologica documentata, l’indice è stato aggiornato per includere il commercio bilaterale totale di beni e servizi — il DXY considera solo i beni.
Il risultato è il Broad Index of the Foreign Exchange Value of the U.S. Dollar, codice FRED: DTWEXBGS. Include oltre 26 valute, viene aggiornato periodicamente sulla base dei dati commerciali bilaterali effettivi. La versione corretta per l’inflazione ha codice RTWEXBGS.
La Fed pubblica tre varianti:
- DTWEXBGS — indice ampio nominale (26+ valute)
- DTWEXAFEGS — economie avanzate
- DTWEXEMEGS — mercati emergenti
I pesi aggiornati a marzo 2025 raccontano un quadro completamente diverso dal DXY: Euro Area al 21,1%, Messico al 14,7%, Canada al 13,8%, Cina all’11,2%, Giappone e Regno Unito entrambi al 5,3%. Cina e Messico insieme coprono il 26% del paniere. Nel DXY, zero.
Il grafico sovrapposto: correlazione strutturale e divergenza sui picchi
Sovrapporre DXY e DTWEXBGS su grafico settimanale produce una correlazione visiva molto alta: picchi e minimi coincidono in quasi tutti i cicli dal 2021 a oggi. La struttura comune spiega perché. L’euro pesa il 57,6% nel DXY e il 21,1% nel DTWEXBGS. Il dollaro canadese è presente in entrambi. Quando l’euro si muove, entrambi gli indici risentono dello stesso shock, anche se con intensità diversa. La direzione tende a coincidere perché le forze dominanti sono in parte le stesse.

Come leggere la forza del dollaro con strumenti aggiornati
Nel 2025, entrambi gli indici hanno perso circa il 10% da inizio anno. Stessa direzione, stessa entità. La composizione del movimento è però diversa: nel DXY la discesa riflette principalmente il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro. Nel DTWEXBGS, quella stessa discesa incorpora un yuan sostanzialmente stabile (le autorità cinesi hanno gestito il rapporto USD/CNY intorno a 7,30), un peso messicano indebolito, e valute emergenti che si sono mosse in direzioni non uniformi.
Un movimento del DXY può suggerire debolezza del dollaro in modo abbastanza netto. Senza il confronto con il DTWEXBGS, il rischio è scambiare una variazione concentrata sull’asse euro-dollaro per un segnale più ampio di quanto sia.
Per chi studia la domanda fisica di oro dall’Asia, i costi di produzione dei minatori latinoamericani, o la capacità d’acquisto degli investitori internazionali, il DTWEXBGS restituisce informazioni strutturalmente diverse dal DXY. La distinzione pratica è semplice: DXY per le dinamiche euro-dollaro, DTWEXBGS per leggere il dollaro nel sistema commerciale globale attuale.
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