L’intelligenza artificiale viene raccontata come la parte elegante della rivoluzione digitale: legge la posta, prepara briefing, scrive bozze di risposta. Ma dietro quella comodità c’è una macchina fisica fatta di data center, acqua, energia, suolo, chip e infrastrutture.

Il nuovo rapporto dell’Università delle Nazioni Unite, pubblicato il 3 giugno 2026, ci mette di fronte al disastro ambientale che queste infrastrutture stanno generando.

Secondo il report, i data center potrebbero arrivare a consumare 945 TWh di elettricità entro il 2030, contro 448 TWh circa consumati nel 2025. È una crescita fuori controllo, che consuma risorse sempre crescenti.

E francamente, spesso per restituire risposte errate e allora ripeti la domanda all’infinito cercando di farlo ragionare.

L’AI ha un problema fisico

Avevamo già affrontato questo tema nell’articolo L’AI ha un problema fisico: dipende da elio, energia e rete elettrica. Ma in quel contesto descrivevo il possibile investimento che si può realizzare su queste aziende che stanno avendo crescita a doppia cifra.

La medaglia ha sempre due facce, se finora abbiamo pensato a come proporre un profitto ai nostri investitori, oggi analizziamo il lato oscuro di questo trend.

La paura dell’uomo è reale e concreta, così come era reale e concreta negli anni ’90 la paura della transizione dal FAX alla mail. Anche all’epoca si diceva che ogni singola mail, ogni bit inviato in rete distruggeva x piante in termini di CO2 perché la mail che mandi al tuo vicino di scrivania magari prima passa dall’Alaska poi rimbalza e torna da dove è partita.

All’epoca si diceva che avremmo distrutto l’ecosistema marino con i cavi, e poi serviva una quantità spropositata di corrente elettrica per far sì che tutta la popolazione della terra potesse inviare una singola mail.

Il rapporto ONU guarda oltre le emissioni

La parte più utile del rapporto è proprio questa. L’impatto ambientale dell’AI non riguarda soltanto quanta elettricità consuma un data center e da quali fonti arriva quell’elettricità. Riguarda anche acqua, territorio e comunità.

I data center hanno bisogno di raffreddamento. In molti casi questo significa consumo idrico diretto o indiretto. In alcune aree, la competizione tra data center, comunità locali e risorse idriche sta già diventando un tema politico e sociale.

Hanno bisogno di energia, e quindi di centrali, reti, linee di trasmissione e infrastrutture collegate. Hanno bisogno di spazio fisico, spesso in aree dove la competizione per acqua, suolo ed energia è già un tema delicato.

Il rapporto stima per il 2030 una water footprint di 9,3 trilioni di litri e una land footprint superiore a 14.500 chilometri quadrati.

Sono stime di lungo periodo, certo, ma poi quando avremo sete ci ricorderemo di quanti Bot ci segnalano in tempo reale le notizie sui canali Telegram; chissà quanto potranno dissetarci.

Secondo i dati di Cloudflare Radar pubblicati a giugno 2026, il traffico generato in rete dai bot ha superato quello umano.

Pensiamo solo eliminando tutti quei fastidiosi bot che ci informano in tempo reale del nulla quante risorse in più avremo.

Chi guadagna dalla parte fisica dell’AI

Ne abbiamo già parlato, per l’investitore oggi la possibilità è quella di poter diversificare andando al di là delle solite big tech Nvidia, Microsoft, Amazon, Google o Meta. Una parte crescente del valore si sta spostando verso chi fornisce infrastrutture elettriche, turbine, sistemi di alimentazione, raffreddamento, gestione termica e componenti essenziali per i data center.

È il tema che avevamo trattato anche nell’analisi su GE Vernova e Vertiv, che beneficiano della spesa per l’AI. GE Vernova intercetta il lato energetico e infrastrutturale della domanda. Vertiv lavora su alimentazione, raffreddamento e continuità operativa dei data center. Sono esempi concreti di come la spesa per l’AI stia uscendo dal solo perimetro dei chip.

La stessa dinamica vale per molte altre aree: gas, utility, reti elettriche, semiconduttori, fotonica, sistemi di raffreddamento, acqua industriale e componentistica. L’AI è diventata una storia industriale larga.

Il costo nascosto della crescita

Il rapporto stima che una banalissima ricerca fatta con l’AI consumi fino a 10 volte in più rispetto alla vecchia ricerca su Google.

Sì, però, non possiamo nemmeno colpevolizzare sempre il solito utente finale, perché l’AI si è infilata benissimo dentro un’esigenza che tutti avevamo da troppi anni.

E il bisogno è stato creato proprio dai motori di ricerca stessi, che oggi vedono erose le loro fette di mercato.

Ci ricordiamo certamente che quando si chiedeva a un motore di ricerca “come si fa la pasta alla carbonara”, prima comparivano quelli che pagavano per essere primi, poi quelli troppo grandi per non essere sempre primi, e in centesima pagina trovavi lo chef di quartiere che magari aveva la vera ricetta della nonna.

Quand’anche avessi deciso di accedere a uno dei siti proposti, molto probabilmente ti saresti trovato con una montagna di pop-up e pubblicità varie che rendevano impossibile trovare la ricetta.

Oggi chiediamo “come si fa la pasta alla carbonara” e, senza fronzoli, l’AI – cattiva ed energivora – ci dà la risposta senza fronzoli.

Come ne usciamo?

Forse una soluzione non esiste: da sempre il progresso ha creato un consumo crescente di risorse della Terra, ma nessuno oggi immagina di lavare i panni al lavatoio, che non esiste nemmeno più.

Dal carro del progresso non si scende, l’unica è andare avanti in modo consapevole.

Il punto, per chi fa informazione finanziaria, non è demonizzare la tecnologia. È chiedersi quanta parte di questa infrastruttura venga usata per produrre conoscenza e quanta per moltiplicare rumore.

Il costo delle notizie inutili

Noi che ci occupiamo di finanza vediamo intorno a noi risorse sprecate per notizie inutili.

Oggi ci sono i bot che ci dicono in tempo reale le cose quando accadono, ma se alla domenica mattina io sul mio telefono ricevo una notizia che Bitcoin è sceso sotto 60.000 dollari, non ho imparato nulla. Anzi, magari mi rovino pure la giornata perché sono possessore di un ETP che non posso vendere fino a lunedì.

Allora, come ho detto già in altre occasioni, noi umani dovremmo ricercare la notizia che serve e quando serve, diffidiamo da chi scrive ogni minuto ripubblicando cose senza verificarle.

Perché anche questo è consumo di risorse.

Ogni notifica inutile, ogni contenuto generato solo per riempire uno spazio, ogni articolo scritto da un bot ripetendo a pappagallo, ogni video prodotto perché “bisogna esserci”, oggi ha anche un costo fisico. Non solo un costo mentale per chi lo riceve, che si trova sommerso dalle notizie, ma un costo energetico, idrico e industriale.

L’AI non sparirà, e probabilmente useremo tutti sempre di più questi strumenti. Ma proprio per questo dovremmo usarli meglio. Per cercare informazioni utili, per risparmiare tempo, per migliorare processi, per costruire analisi più solide. Non per moltiplicare rumore, notifiche, contenuti mediocri e risposte automatiche a domande che nessuno aveva davvero posto.

Il progresso non è mai gratis. Ogni epoca ha avuto la sua macchina, la sua fabbrica, la sua miniera, il suo consumo invisibile. Oggi una parte di quel consumo passa dai data center che alimentano l’intelligenza artificiale.

Possiamo investirci sopra, possiamo guadagnarci, possiamo studiare le aziende che beneficiano di questa trasformazione. Ma almeno evitiamo di raccontarci che sia tutto immateriale.

Dietro ogni risposta dell’AI c’è elettricità. C’è acqua. C’è suolo. C’è infrastruttura.

E forse, prima di chiedere a una macchina di leggere la nostra casella mail e prepararci il briefing del mattino, dovremmo chiederci se tutto questo ci serve davvero.

Altrimenti il rischio concreto è che, fra i tanti mestieri distrutti dall’AI, ne sorgerà in futuro uno nuovo, lo “scriba” casta potente e ben retribuita nell’antico Egitto perché le persone non sapranno più nè leggere nè scrivere da soli.

Per fare questo articolo ho scelto una copertina volutamente senza immagini costruite dall’AI.

L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche industriali.

Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento. Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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