Questo articolo analizza l’evoluzione recente dei mercati obbligazionari alla luce delle decisioni di politica monetaria negli Stati Uniti, con l’obiettivo di chiarire il contesto macro e le implicazioni per gli investitori. L’analisi è di natura contestuale, non operativa, ed è rivolta sia a chi muove i primi passi sia a investitori già attivi che utilizzano le obbligazioni come componente strutturale del portafoglio.
La Fed ferma i tassi: inflazione e dazi al centro del quadro
Nella prima riunione di questo 2026, la Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi di riferimento invariati nella fascia compresa tra il 3,5% e il 3,75%, dopo tre riduzioni consecutive nei mesi precedenti. La decisione è stata ampiamente anticipata dai mercati e riflette un approccio prudente in un contesto ancora incerto.
Il presidente Jerome Powell ha riconosciuto che l’inflazione resta superiore all’obiettivo del 2%, pur mostrando segnali di rallentamento in alcune componenti, in particolare nei servizi.
Un elemento rilevante, dal punto di vista dei mercati obbligazionari, è il riferimento diretto ai dazi commerciali come fattore che ha contribuito al mantenimento di un’inflazione “leggermente elevata”. Secondo la Fed, l’impatto dei dazi sui prezzi dovrebbe avere natura transitoria, con un effetto concentrato nel tempo piuttosto che strutturale.
Per i titoli obbligazionari statunitensi questo messaggio è cruciale: una banca centrale che considera temporaneo lo shock inflattivo tende a evitare nuove strette, riducendo il rischio di ulteriori rialzi dei rendimenti nel breve periodo. Non a caso, dopo la riunione, i Treasury hanno mostrato movimenti contenuti, coerenti con uno scenario di tassi stabili.
Reazione del cambio euro/dollaro
La decisione della Fed di mantenere i tassi invariati ha avuto riflessi anche sul mercato valutario. Nelle ore successive alla riunione, il cambio EUR/USD ha mostrato un rafforzamento del dollaro, passato da area 1,20 a 1,19 coerentemente con l’idea che la politica monetaria Usa resterà attendista ancora per diversi mesi.
Secondo le letture di mercato riportate da Reuters e Financial Times, il differenziale dei tassi reali continua a favorire il biglietto verde, limitando il potenziale di apprezzamento dell’euro nel breve periodo.
Questo aspetto è rilevante per gli investitori obbligazionari europei perché, come evidenziato nell’articolo pubblicato ieri, l’inserimento di bond denominati in valuta estera è al tempo stesso un rischio ma anche un’opportunità.
E a puro titolo di esempio, qui sotto un’estrazione di governativi in dollari con scadenze a 5, 10 e 15 anni, possibili candidati per chi ha un profilo di rischio adeguato e sa come gestire il rischio cambio nel caso di indebolimento del dollaro contro euro.

Il mercato del lavoro USA e il vincolo per la politica monetaria
Un altro elemento che incide sulle aspettative obbligazionarie è il mercato del lavoro. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione si è stabilizzato intorno al 4,4%, con segnali di rallentamento nella crescita dell’occupazione ma senza un deterioramento marcato.
Questo equilibrio consente alla Fed di attendere nuovi dati prima di modificare l’impostazione della politica monetaria. Per chi investe in bond, il messaggio è chiaro: senza un peggioramento evidente del mercato del lavoro o un’accelerazione inattesa dell’inflazione, la probabilità di movimenti bruschi sui tassi resta limitata.
In altre parole, la volatilità sui rendimenti obbligazionari USA tende a rimanere sotto controllo.
Conclusioni
La decisione della Fed di mantenere i tassi invariati conferma che, sul fronte obbligazionario statunitense, il tema centrale non è un nuovo ciclo di rialzi o tagli imminenti, ma la tenuta dell’attuale livello dei rendimenti.
I Treasury stanno reagendo in modo coerente con questo scenario: movimenti contenuti, curve stabili, assenza di segnali di stress. E, in questo contesto, il rafforzamento del dollaro diventa un elemento concreto di diversificazione all’interno del portafoglio obbligazionario.
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