La fine del 2025 consegna ai mercati due appuntamenti cruciali: l’ultima decisione della Federal Reserve e, a distanza di pochi giorni, quella della Banca centrale europea.

Due scenari diversi, ma accomunati dallo stesso interrogativo: quanto spazio resta alla politica monetaria per sostenere crescita e stabilità dei prezzi in un contesto in cui i dati arrivano in ritardo e le economie mostrano segnali contrastanti?

La decisione Fed e le attese sulla Bce diventano quindi il perno da cui leggere le prospettive dei prossimi mesi per investitori obbligazionari e azionari.

La Fed taglia ancora: un quarto di punto in un contesto fragile

Nell’ultima riunione dell’anno la Federal Reserve ha approvato un nuovo taglio dei tassi, riducendo l’intervallo dei federal funds al 3,50–3,75%. È il terzo taglio consecutivo e il sesto dall’inizio del ciclo di allentamento.

La decisione arriva mentre l’economia americana mostra segnali misti: crescita moderata, mercato del lavoro che perde slancio e inflazione ancora superiore al target.

Il comunicato della Fed riconosce un rallentamento nella creazione di posti di lavoro e un lento aumento della disoccupazione fino a settembre, mentre i dati più recenti non sono disponibili a causa della prolungata paralisi amministrativa che ha bloccato la pubblicazione di molte statistiche. L’ultimo valore utile per l’inflazione è il 2,8%, anch’esso riferito a settembre.

La scelta non è stata unanime: nove voti favorevoli e tre contrari. Una parte del board avrebbe preferito una riduzione più ampia (0,50 punti), mentre altri avrebbero mantenuto invariato il costo del denaro. Il voto diviso fotografa una banca centrale chiamata a muoversi con prudenza in un contesto in cui i dati reali mancano e gli indicatori disponibili raccontano una dinamica economica non uniforme.

Nelle proiezioni aggiornate, la Fed stima per il 2026 una crescita del PIL al 2,3% e un’inflazione leggermente migliore rispetto alle previsioni precedenti. La disoccupazione, invece, resterebbe vicino al livello attuale. Powell ha sottolineato che la politica monetaria rimane dipendente dai dati e che ogni riunione sarà valutata in modo autonomo, senza una traiettoria precostituita.

Un mercato del lavoro più debole e il tema dei dati mancanti

L’assenza prolungata di statistiche ufficiali rappresenta un elemento senza precedenti nell’attuale ciclo economico. I 43 giorni di chiusura delle attività federali hanno impedito la raccolta e la pubblicazione di numeri cruciali su occupazione, inflazione e redditi. Alcuni dati non saranno recuperabili.

Per la Fed, questo vuoto informativo amplifica l’incertezza. Senza una base solida su cui calibrare l’azione monetaria, il rischio è di reagire più lentamente a eventuali shock o cambiamenti improvvisi nella dinamica economica. Non a caso il comunicato sottolinea che i rischi al ribasso sull’occupazione sono aumentati negli ultimi mesi.

Gli investitori si trovano così a confrontarsi con un quadro in cui l’interpretazione del ciclo economico è più complessa del solito e in cui la volatilità a breve termine può aumentare in risposta alla pubblicazione dei nuovi dati attesi nelle prossime settimane.

Il 2026 della politica monetaria USA: attese e variabili politiche

Le dot-plot della Federal Reserve indicano un possibile ulteriore taglio dei tassi nel 2026. L’evoluzione dipenderà dall’andamento dell’inflazione, dalla risposta del mercato del lavoro e dalla natura dei dati in arrivo dopo la fase di blackout statistico.

Nel frattempo, il contesto politico statunitense resta un fattore non marginale: con le elezioni di medio termine alle porte, l’amministrazione Trump ha più volte espresso l’intenzione di vedere una politica monetaria più espansiva.

Parallelamente, si avvicina la scelta del successore di Jerome Powell. La Casa Bianca valuterà una rosa ristretta di candidati nelle prossime settimane. L’identità del nuovo presidente della Fed potrebbe influenzare le aspettative dei mercati, soprattutto per quanto riguarda il bilanciamento tra stabilità dei prezzi e attenzione al ciclo economico.

La combinazione tra inflazione in rallentamento e acquisti di Treasury

Sotto questo duplice profilo, è particolarmente rilevante un elemento emerso dall’intervento di Powell: la combinazione tra il nuovo dato sull’inflazione e la ripresa degli acquisti di Treasury da parte della banca centrale.

Nelle proiezioni aggiornate, la Fed indica per il 2026 un’inflazione al 2,4%, in lieve miglioramento rispetto al 2,6% previsto il mese scorso. Powell ha riconosciuto che la dinamica dei prezzi si è attenuata, pur restando “ancora elevata” rispetto al target del 2%.

In parallelo, l’istituto ha annunciato un programma di acquisti pari a 40 miliardi di dollari in titoli del Tesoro nei prossimi trenta giorni, con avvio immediato.

L’obiettivo dichiarato è stabilizzare le condizioni di liquidità in una fase in cui il mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento e i rischi al ribasso per l’occupazione sono aumentati.

Questa scelta introduce un elemento non previsto nel percorso di normalizzazione del bilancio e indica una Fed pronta a intervenire in modo più attivo per preservare il corretto funzionamento del sistema finanziario, in attesa che i dati tornino a fornire un quadro più completo dell’economia.

Ora tocca alla Bce: tassi fermi e attesa per le nuove proiezioni

Se negli Stati Uniti il ciclo di allentamento è già avviato, in Europa lo scenario è più statico. Nella riunione del 18 dicembre la Bce è attesa al mantenere invariato il tasso sui depositi al 2%. La maggioranza degli analisti ritiene improbabile un cambio di direzione nell’immediato, anche perché i dati disponibili non giustificano né un taglio né un rialzo.

La logica della banca centrale guidata da Christine Lagarde rimane quella di procedere riunione per riunione, con un approccio basato sui dati e senza anticipare mosse future. Secondo diversi economisti, la Bce si trova in una posizione relativamente stabile: crescita moderata ma presente, inflazione leggermente sopra le attese, condizioni finanziarie che non richiedono interventi urgenti.

Stime aggiornate: una crescita europea un po’ più solida

Uno degli elementi centrali della riunione sarà la pubblicazione delle nuove proiezioni macroeconomiche. Lagarde ha già segnalato che “l’economia sta andando meglio del previsto”, lasciando intendere un possibile rialzo delle stime di crescita della zona euro.

Rimane più incerta, invece, la dinamica dell’inflazione. Pur essendo leggermente superiore alle attese, le previsioni per il 2026 e il 2027 restano al di sotto del 2%.

La revisione del sistema ETS2 (il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione che estenderà il costo della CO₂ anche ai settori finora esclusi, come edifici e trasporti), che entrerà in vigore con un anno di ritardo, potrebbe avere effetti temporali sulla traiettoria dei prezzi energetici.

Nonostante alcune dichiarazioni di membri del board, come Isabel Schnabel, che vedono rischi al rialzo per crescita e inflazione, è improbabile che queste valutazioni trovino piena espressione nelle nuove proiezioni dell’istituto.

Gli analisti ritengono che, salvo sorprese, il prossimo movimento della Bce sarà un taglio dei tassi, probabilmente non prima della tarda primavera del 2026.

Europa e Stati Uniti: traiettorie diverse ma problemi simili

La divergenza tra Fed e Bce è evidente: negli USA il ciclo di tagli ripreso ad agosto 2025 è stato abbastanza lineare, mentre in Europa ormai da luglio 2025 si procede con un approccio attendista.

Tuttavia, le due banche centrali condividono almeno tre elementi di fondo:

  1. Inflazione non ancora allineata al target, pur in un percorso di rientro.
  2. Dati economici meno affidabili del solito, per ragioni diverse ma con implicazioni simili.
  3. Timore di intervenire troppo presto o troppo tardi, con il rischio di frenare la crescita o alimentare pressioni inflazionistiche.

Per chi investe, questo contesto richiede prudenza nella lettura dei movimenti macro e un’attenzione particolare alla politica monetaria come principale driver dei rendimenti obbligazionari e della volatilità azionaria.

Implicazioni per obbligazioni, azioni e portafogli europei

L’orientamento della Fed verso una politica più accomodante rappresenta un elemento favorevole per il comparto obbligazionario statunitense, soprattutto sulle scadenze intermedie.

Il punto chiave, però, è la traiettoria futura e la chiarezza sui dati mancanti: se i nuovi numeri dovessero mostrare un’economia più debole del previsto, la banca centrale potrebbe accelerare i tagli. Il contrario renderebbe il percorso più graduale.

Per l’Europa, la fase attuale suggerisce stabilità dei rendimenti nel breve periodo. La Bce non ha motivo di irrigidire la politica monetaria e, allo stesso tempo, non dispone ancora di dati sufficienti per un allentamento immediato.

L’effetto sui mercati è un contesto relativamente stabile, anche se la reazione alle nuove proiezioni potrebbe introdurre volatilità a ridosso della riunione.

Per chi costruisce portafogli multi-asset, il quadro di fine 2025 indica:

– condizioni monetarie globalmente più morbide nel 2026;
– un probabile rafforzamento della domanda per titoli governativi investment grade;
– una maggiore sensibilità dei listini azionari ai dati macro, in particolare negli USA;
– l’importanza di monitorare gli spread e le aspettative di inflazione nell’area euro.

Conclusione

La combinazione tra la decisione Fed e le attese per la Bce definisce l’orizzonte di fine 2025: i prossimi mesi saranno guidati soprattutto dall’arrivo dei nuovi dati macro e dalle scelte di politica monetaria che ne deriveranno.

Per gli investitori, la priorità resta quella di interpretare correttamente la velocità e la direzione di queste due traiettorie: saranno loro a determinare rendimenti obbligazionari, valutazioni azionarie e condizioni finanziarie globali in avvio di 2026.

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Dr. Massimo Gotta, giornalista-pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. Laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza è uno dei più apprezzati analisti finanziari italiani, tra i fondatori del Circolo degli Investitori e ha alle spalle una lunga carriera professionale nel mondo bancario e finanziario. Ha lavorato per il gruppo bancario Mediobanca e per Banca Sella come responsabile Ufficio Titoli e Borsino ed in seguito Gestore di patrimoni presso la struttura Private Banking. È stato docente per l’Università degli Studi di Torino e la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. Massimo Gotta è un apprezzato opinionista per diversi media finanziari tra cui Repubblica.it, LombardReport.com, Il Valore, Class CNBC. È coautore con Walter Demaria di “Investire in obbligazioni” (TradingLibrary 2013) e autore di diversi altri libri tra cui “Il meglio dell’analisi tecnica in Metastock” (Experta 2006). Disclaimer: L’autore Massimo Gotta non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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