Questo articolo analizza le attese sulla politica monetaria della Banca Centrale Europea tra febbraio e marzo 2026, inquadrando dati macroeconomici, aspettative di mercato e possibili implicazioni per i risparmiatori dell’area euro.
L’analisi è di natura contestuale, non operativa, ed è rivolta sia a chi muove i primi passi sia a investitori già attivi che utilizzano le obbligazioni come componente strutturale del portafoglio.
BCE: tassi fermi a febbraio, scenario aperto per il 2026
La riunione del prossimo 5 febbraio 2026 della Banca Centrale Europea si colloca in una fase di apparente stabilità monetaria. Dopo una lunga sequenza di riduzioni avviata nel 2024, il tasso sui depositi è oggi al 2,00% e il consenso degli analisti converge su un nuovo mantenimento dei livelli attuali.
Sarebbe la quinta riunione consecutiva senza interventi.
Il quadro macro di riferimento spiega questa prudenza. L’inflazione dell’area euro oscilla attorno all’obiettivo del 2%, mentre la crescita resta eterogenea tra i Paesi membri. In questo contesto, la BCE non appare sotto pressione immediata per accelerare ulteriori tagli.
Secondo un recente sondaggio tra gli economisti, oltre l’80% prevede tassi invariati a febbraio. Le aspettative dei mercati finanziari sono allineate: i contratti swap sugli indici overnight non incorporano modifiche imminenti e indicano solo una modesta probabilità di tagli più avanti nel 2026.
Perché la BCE può permettersi di attendere
Il livello dei tassi ufficiali è già significativamente inferiore ai massimi del 2023. Dal punto di vista della politica monetaria, questo offre alla BCE un margine di manovra più ampio rispetto al recente passato. In altre parole, non esiste l’urgenza di “anticipare” il ciclo economico con ulteriori stimoli.
Michael Field, strategist di Morningstar, ha sintetizzato bene il punto: “con tassi al 2% e inflazione in prossimità del target, la banca centrale può permettersi di osservare l’evoluzione dei dati senza intervenire. La trasmissione dei tagli già effettuati non è ancora completa e i loro effetti sull’economia reale richiedono tempo”.
Per noi investitori in obbligazioni, questo significa una fase di continuità più che di svolta. Le decisioni della BCE non stanno introducendo nuovi elementi market mover, ma consolidando un equilibrio raggiunto dopo un biennio di forti aggiustamenti.
I tassi di riferimento oggi
Dall’11 giugno 2025, data dell’ultimo taglio, i tre tassi ufficiali della BCE sono:
- Tasso sui depositi: 2,00%
- Tasso di rifinanziamento principale: 2,15%
- Tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,40%
Il ciclo di allentamento iniziato nel giugno 2024 ha portato a otto tagli complessivi, riducendo il tasso sui depositi dal 4,00% all’attuale livello. Questo dato è centrale per comprendere il contesto: la politica monetaria è già passata da restrittiva a sostanzialmente neutrale.
Il ruolo dell’euro e il rischio disinflazione
Uno dei temi più rilevanti per il 2026 è l’andamento del cambio. L’euro si è rafforzato progressivamente contro il dollaro statunitense, arrivando in area 1,19/1,20 dopo aver iniziato l’anno poco sopra 1,17. Su base ponderata per il commercio, la valuta unica ha registrato un apprezzamento significativo nel corso del 2025.
Un euro forte tende a ridurre il costo delle importazioni e, di conseguenza, a esercitare una pressione al ribasso sull’inflazione. Questo effetto è noto e in larga parte già incorporato nelle proiezioni della BCE, ma potrebbe tornare al centro del dibattito se il rafforzamento dovesse proseguire.
Ulrike Kastens, senior economist di DWS, ha sottolineato che l’apprezzamento dell’euro è uno dei fattori monitorati dal Consiglio direttivo, insieme all’incertezza sulla politica commerciale globale e al possibile rallentamento dell’inflazione sotto il 2%. Alcune stime indicano per gennaio un dato anche intorno all’1,7% su base annua.
Taglio dei tassi a marzo: ipotesi, non scenario base
Alla domanda se la BCE possa ridurre i tassi già a marzo, la risposta prevalente è negativa. La presidente Christine Lagarde dovrebbe ribadire un approccio attendista, limitandosi a confermare che il cambio viene osservato con attenzione.
Carsten Brzeski, capo economista di ING Research, ha osservato che un euro forte complica la ripresa ciclica dell’industria europea, ancora fragile, ma non rappresenta al momento un fattore tale da giustificare un cambio di rotta immediato. Solo se il rallentamento dell’inflazione dovesse accentuarsi e diventare persistente, un taglio primaverile tornerebbe sul tavolo. In sintesi, marzo resta un’opzione condizionata ai dati, non un passaggio già scritto.
Quanto può rafforzarsi l’euro senza creare problemi
Dal punto di vista storico, livelli di cambio più elevati non sono di per sé anomali. Secondo Joerg Held di Ethenea Independent Investors, un euro a 1,25 dollari non rappresenterebbe un’estremità storica. Il problema emerge quando la forza della valuta inizia a penalizzare la competitività, in particolare delle economie più orientate all’export.
La Germania è spesso citata come il Paese più esposto. Le stime di crescita per il 2026, comprese tra lo 0,8% e lo 0,9%, indicano una ripresa modesta. In questo contesto, un euro eccessivamente forte potrebbe agire come freno aggiuntivo, rendendo più complesso il consolidamento ciclico.
Per la BCE, il punto di equilibrio è delicato: tollerare una valuta forte finché contribuisce a stabilizzare i prezzi, ma intervenire se l’impatto sull’attività economica diventasse troppo penalizzante.
Crescita dell’eurozona: segnali deboli ma diffusi
I dati sul PIL di fine 2025 mostrano un miglioramento graduale. Nel quarto trimestre, l’eurozona ha registrato una crescita dello 0,3% su base trimestrale, leggermente superiore alle attese. Tuttavia, la dispersione tra Paesi resta ampia.
Spagna e Portogallo hanno mostrato dinamiche più robuste, mentre Francia e Germania continuano a crescere a ritmi contenuti. Questo quadro eterogeneo rende complessa una politica monetaria calibrata sulle esigenze di tutti.
Secondo diverse analisi, il settore dei servizi continua a sostenere l’attività economica, mentre il manifatturiero sta lentamente uscendo da una fase recessiva. Gli indicatori di fiducia, come gli indici PMI, rimangono sopra la soglia dei 50 punti, segnalando espansione, seppur moderata.
Cosa significa tutto questo per noi risparmiatori
Per noi investitori retail, lo scenario descritto ha alcune implicazioni chiare.
In primo luogo, la fase dei tagli rapidi e ripetuti sembra alle spalle. I tassi ufficiali potrebbero restare su livelli relativamente stabili per diversi trimestri, con eventuali aggiustamenti graduali e legati ai dati.
In secondo luogo, il contesto di inflazione prossima al target mitiga la necessità di protezioni basate esclusivamente sul timore di una nuova fiammata dei prezzi. Questo non elimina il rischio macro, ma ne cambia la natura.
Infine, il rafforzamento dell’euro introduce un elemento di selettività. Le dinamiche valutarie incidono in modo diverso su obbligazioni, azioni e strumenti legati all’export. Comprendere il quadro monetario aiuta a interpretare questi movimenti senza attribuirli a singole decisioni isolate della BCE.
Calendario delle riunioni BCE nel 2026
Infine, ecco le date per le prossime riunioni del Consiglio direttivo, previste per:
- 5 febbraio 2026
- 19 marzo 2026
- 30 aprile 2026
- 11 giugno 2026
- 23 luglio 2026
- 10 settembre 2026
- 29 ottobre 2026
- 17 dicembre 2026
Queste date scandiranno un anno che, più che da svolte improvvise, sembra destinato a essere caratterizzato da aggiustamenti graduali e da un forte orientamento ai dati.
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