Questo articolo analizza le recenti dichiarazioni della presidente BCE Christine Lagarde, con l’obiettivo di chiarire cosa significano per chi investe nei mercati europei, in particolare nel comparto obbligazionario, dove le aspettative sui tassi della BCE continuano a rappresentare uno dei principali fattori di determinazione dei rendimenti.

BCE: inflazione sotto controllo? Effetti della guerra sui mercati sotto osservazione

L’inflazione nell’Eurozona resta sotto osservazione mentre le tensioni geopolitiche in Medio Oriente riportano volatilità sui mercati energetici.

La presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha dichiarato che l’area euro dispone oggi di condizioni economiche più solide rispetto al 2022 per assorbire eventuali shock sui prezzi dell’energia, ma ha anche ribadito che l’istituto di Francoforte continuerà a monitorare con attenzione gli sviluppi del conflitto e le possibili ripercussioni sull’inflazione.

Il punto centrale riguarda il possibile impatto dell’instabilità geopolitica sui prezzi delle materie prime e, di conseguenza, sulle aspettative di politica monetaria.

Le dichiarazioni della BCE arrivano infatti in una fase in cui petrolio, tassi e aspettative di inflazione sono tornati a muoversi rapidamente, costringendo investitori e banche centrali a rivalutare diversi scenari macroeconomici.

Comprendere il contesto in cui si inseriscono queste dichiarazioni è rilevante per gli investitori europei, perché eventuali variazioni nella traiettoria dei tassi della BCE possono avere effetti diretti sui rendimenti obbligazionari, sul costo del credito e sulle valutazioni dei mercati finanziari.

BCE prudente sui tassi in un contesto di forte incertezza

La Banca Centrale Europea mantiene un approccio attendista sulla politica monetaria. Secondo Lagarde, il livello di incertezza attuale è tale da rendere difficile indicare con precisione quale sarà la prossima decisione sui tassi di interesse.

Durante un’intervista all’emittente francese France 2, la presidente della BCE ha sottolineato che il contesto internazionale è caratterizzato da una volatilità elevata, alimentata sia dalla situazione geopolitica sia dai movimenti improvvisi dei mercati energetici.

Questa prudenza riflette un principio ormai consolidato nella comunicazione delle banche centrali: evitare indicazioni troppo rigide quando il quadro macroeconomico è soggetto a cambiamenti rapidi.

Negli ultimi giorni le oscillazioni del petrolio hanno rappresentato un esempio evidente di questa instabilità. All’inizio della settimana i contratti sul greggio hanno registrato un forte rialzo, arrivando temporaneamente a sfiorare i 120 dollari al barile nelle prime ore di contrattazione.

Si tratta di livelli che non si vedevano dalla metà del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva provocato una vera e propria crisi energetica in Europa.

Successivamente il mercato ha corretto parte del movimento, segnalando quanto le aspettative degli operatori possano cambiare rapidamente in presenza di notizie geopolitiche.

Secondo Lagarde, questo livello di volatilità rende più complessa la gestione della politica monetaria, perché gli shock energetici possono trasmettersi all’economia reale attraverso diversi canali: inflazione, aspettative di prezzo e condizioni finanziarie.

Inflazione nell’Eurozona: una fase diversa rispetto al 2022?

Uno dei punti centrali delle dichiarazioni della presidente della BCE riguarda la differenza tra la situazione attuale e quella che si era verificata dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

Nel 2022 l’Europa aveva affrontato una vera emergenza energetica. I prezzi del gas naturale e del petrolio avevano registrato aumenti estremamente rapidi, alimentando un’inflazione che nell’Eurozona aveva superato il 10% nel corso dell’autunno.

La reazione della BCE era stata decisamente tardiva, cui era succeduta una vera e propria corsa della politica monetaria europea: tra il 2022 e il 2023 l’istituto di Francoforte aveva avviato una serie di importanti rialzi dei tassi di interesse per contrastare la crescita dei prezzi, ormai esplosa.

Secondo Lagarde, oggi il quadro appare diverso sotto diversi aspetti…

In primo luogo, l’inflazione headline nell’Eurozona si è progressivamente ridotta e negli ultimi mesi si è stabilizzata attorno al target del 2%, che rappresenta l’obiettivo ufficiale della BCE.

In secondo luogo, il sistema energetico europeo è meno vulnerabile rispetto al periodo immediatamente successivo alla crisi ucraina.

In base ai dati IEA, Commissione Europea ed Eurostat, negli ultimi due anni l’Unione Europea ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, sostituendolo con maggiori importazioni di LNG — in particolare dagli Stati Uniti — e con flussi via gasdotto da Norvegia, Algeria e Azerbaijan.

Parallelamente sono stati ampliati i terminal di rigassificazione e introdotti obblighi di riempimento degli stoccaggi, che oggi superano stabilmente il 90% prima della stagione invernale.

Secondo Lagarde, questi elementi rendono l’economia europea più preparata ad affrontare eventuali shock sui prezzi delle materie prime.

Ciò non significa che il rischio inflazione sia completamente scomparso. Il legame tra prezzi energetici e inflazione resta uno dei principali fattori di incertezza per le banche centrali.

Anche perché Lagarde si dimentica di considerare che anche nel 2022 l’inflazione era ben sotto il target BCE del 2%, addirittura per lunghi anni è stata strutturalmente bassa (anche negativa…) ed è comunque esplosa violentemente.

Un eventuale aumento duraturo del petrolio o del gas potrebbe infatti tradursi in pressioni sui prezzi al consumo, soprattutto nei settori legati ai trasporti e alla produzione industriale.

Prezzi che già sono decollati sia per le forniture di gas domestico sia per i carburanti…

Come stanno cambiando le aspettative sui tassi della BCE

Le tensioni geopolitiche hanno avuto un effetto immediato anche sulle aspettative degli operatori finanziari riguardo alla politica monetaria europea.

Nei giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran, a fine febbraio, i mercati avevano inizialmente iniziato a prezzare la possibilità di una nuova stretta della BCE. Alcuni contratti derivati indicavano addirittura due possibili rialzi da 25 punti base del tasso sui depositi nel corso dell’anno.

Successivamente queste aspettative si sono ridimensionate, ma mentre scriviamo queste righe pare che la tensione sia nuovamente in aumento con rendimenti obbligazionari in crescita su tutte le scadenze.

Per ora pare che a poco siano servite le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo cui il conflitto potrebbe concludersi più rapidamente del previsto.

Va da sé che, se la crisi geopolitica dovesse rientrare nel breve periodo, il rischio di un nuovo shock energetico globale potrebbe ridursi, riportando l’attenzione degli investitori sui fondamentali macroeconomici.

Ma le ultime notizie non sono troppo in linea con questa ipotesi, non ultima quella che riferisce della possibilità )non confermata) che l’Iran abbia minato lo stretto di Hormuz.

Per la BCE questo significa mantenere un approccio flessibile e basato sui dati. Le decisioni sui tassi continueranno a dipendere dall’evoluzione dell’inflazione, dalla crescita economica e dalle condizioni finanziarie complessive.

La BCE prepara scenari alternativi

In vista della prossima riunione di politica monetaria, prevista per il 18-19 marzo, l’attenzione degli analisti si concentra anche sulle nuove previsioni macroeconomiche della BCE.

Come noto, ogni trimestre l’istituto di Francoforte aggiorna le proprie stime su crescita economica, inflazione e mercato del lavoro. Tuttavia, in un contesto caratterizzato da forte incertezza geopolitica, queste proiezioni rischiano di diventare rapidamente obsolete.

Per questo motivo la BCE sta lavorando anche su scenari alternativi.

L’obiettivo è valutare come potrebbero evolvere inflazione e crescita in diversi contesti geopolitici: escalation del conflitto, stabilizzazione della situazione o ritorno graduale alla normalità. Questo tipo di analisi permette alla banca centrale di preparare risposte di politica monetaria più flessibili.

Lagarde ha inoltre escluso che l’Eurozona sia già entrata in una fase di stagflazione, cioè una combinazione di crescita economica debole e inflazione elevata. Tuttavia, ha riconosciuto che la lettura dello scenario macroeconomico è diventata più complessa rispetto a pochi mesi fa.

Implicazioni per gli investitori europei

Per chi investe nei mercati finanziari europei, le dichiarazioni della BCE hanno diverse implicazioni. La prima, ovviamente, riguarda il mercato obbligazionario.

Le aspettative sui tassi di interesse influenzano direttamente i rendimenti dei titoli di Stato e delle obbligazioni corporate. Un eventuale cambiamento nella traiettoria della politica monetaria può modificare rapidamente il valore di questi strumenti. Ma come visto in questi giorni, anche solo un cambiamento di sentiment è più che sufficiente.

Inoltre, la dinamica dei tassi della BCE resta uno dei principali fattori che determinano il costo dei mutui e del credito nell’area euro. Anche per le famiglie e le imprese europee, quindi, l’evoluzione della politica monetaria continua a rappresentare un elemento centrale del contesto economico.

Conclusione

Le dichiarazioni di Christine Lagarde riflettono una fase in cui la politica monetaria europea si trova nuovamente a operare in un contesto di forte incertezza geopolitica ed energetica.

Per il momento la BCE ritiene che l’Eurozona disponga di strumenti e condizioni migliori rispetto al 2022 per assorbire eventuali shock sui prezzi dell’energia, ma l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente pare fuori controllo e potrebbe avere sviluppi non preventivati.

Per noi investitori in obbligazioni, questo significa operare in un contesto dove la gestione del rischio e la comprensione delle dinamiche macro diventano ancora più rilevanti rispetto al passato recente.

Certamente siamo chiamati a monitorare con grande attenzione il rapporto tra inflazione e politica monetaria, oltre a valutare rapidamente se il nostro portafoglio è in grado di assorbire una fiammata inflazionistica come quella del 2022-2023.

Questo perché anche in una fase di apparente stabilizzazione dei prezzi, eventuali tensioni sulle materie prime possono persistere e modificare rapidamente lo scenario dei rendimenti e delle decisioni delle banche centrali.

Motivo per cui nell’ultimo Bond Strategy Report dedicato al Circolo Pro abbiamo fatto un confronto tra titoli indicizzati all’inflazione e titoli non indicizzati.

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L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche industriali.

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Dr. Massimo Gotta, giornalista-pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. Laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza è uno dei più apprezzati analisti finanziari italiani, tra i fondatori del Circolo degli Investitori e ha alle spalle una lunga carriera professionale nel mondo bancario e finanziario. Ha lavorato per il gruppo bancario Mediobanca e per Banca Sella come responsabile Ufficio Titoli e Borsino ed in seguito Gestore di patrimoni presso la struttura Private Banking. È stato docente per l’Università degli Studi di Torino e la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. Massimo Gotta è un apprezzato opinionista per diversi media finanziari tra cui Repubblica.it, LombardReport.com, Il Valore, Class CNBC. È coautore con Walter Demaria di “Investire in obbligazioni” (TradingLibrary 2013) e autore di diversi altri libri tra cui “Il meglio dell’analisi tecnica in Metastock” (Experta 2006). Disclaimer: L’autore Massimo Gotta non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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