Per mesi il mercato del lavoro americano ha rappresentato il pilastro della resilienza economica. Ora però le crepe sono evidenti, e il grafico dell’Employment Rate lo mostra con chiarezza: dal 2022 la curva ha perso slancio, scivolando sotto il 60%. Un segnale che non si può ignorare.
Dati deludenti e revisioni al ribasso
Il rapporto sul lavoro di luglio ha certificato solo 73.000 nuovi posti di lavoro non agricoli, molto meno delle attese. Ancora più significativo: le assunzioni di maggio e giugno sono state riviste al ribasso di 258.000 unità. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,2%, in progressivo aumento rispetto ai minimi storici.

Anche i temporary jobs non se la passano troppo bene
Un ulteriore campanello d’allarme arriva dal mercato del lavoro interinale. Negli Stati Uniti il numero di lavoratori temporanei, dopo il rimbalzo post-pandemia, ha iniziato a calare costantemente dal 2022: dai massimi oltre i 3 milioni si è scesi a circa 2,5 milioni. Storicamente i temporary jobs anticipano l’andamento del mercato del lavoro: le aziende riducono per primi i contratti interinali quando la domanda rallenta. La tendenza in atto è quindi un segnale che la fase di debolezza non è episodica, ma strutturale.

Un mercato sempre più fragile
Le imprese rallentano: un’azienda su cinque prevede di congelare le assunzioni entro fine anno. I tempi per trovare un nuovo impiego si allungano (fino a 24 settimane in media) e la fiducia dei consumatori arretra. La percentuale di americani che considera i posti di lavoro “difficili da ottenere” è al livello più alto dal 2021.
Fed in bilico tra inflazione e occupazione
A Jackson Hole, Jerome Powell ha riconosciuto apertamente che la debolezza occupazionale è ormai un tema centrale. La prospettiva di un taglio dei tassi si fa concreta: la Federal Reserve è chiamata a bilanciare una crescita che perde forza con un’inflazione ancora superiore al target.
I giovani pagano il prezzo più alto
Secondo uno studio di Stanford, i lavoratori tra i 22 e i 25 anni sono i più penalizzati. Nei settori più esposti all’automazione e all’intelligenza artificiale – sviluppo software, servizi digitali – l’occupazione giovanile è calata del 16%. Una generazione che entra nel mercato del lavoro con meno opportunità e maggiore precarietà.
La fine del “job hopping”
Non funziona più nemmeno la strategia del cambio frequente di lavoro: chi salta da un’azienda all’altra non ottiene più aumenti significativi. Le retribuzioni crescono in media del 4,3%, sia per chi resta sia per chi cambia. E al posto della “Great Resignation” spunta un nuovo fenomeno: il “job hugging”, cioè la riluttanza a lasciare il posto attuale per paura di non trovarne di migliori.
PMI: una voce fuori dal coro
In netto contrasto con i segnali di debolezza dominanti, gli indici PMI statunitensi registrano un sorprendente impulso. Ad agosto, il PMI manifatturiero S&P Global è balzato a 53,3 da 49,8 di luglio, segnando la prima espansione del settore in quasi tre anni. Anche il PMI composito—che aggrega manifattura e servizi—è salito a un massimo di otto mesi a 55,4. È un dato che suggerisce un’accelerazione della produzione e nuovi ordini, e che può offrire un piccolo spiraglio di ottimismo in un quadro per il resto piuttosto fragile.
Conclusione in chiaro scuro
Il quadro del lavoro americano resta fragile: assunzioni deludenti, disoccupazione in salita, precarietà crescente per i giovani e un calo costante dei lavoratori interinali che segnala debolezza strutturale.
Eppure, nello stesso scenario emergono indicatori che vanno in direzione opposta: i PMI di agosto mostrano un’accelerazione dell’attività manifatturiera e dei nuovi ordini.
In sintesi, il mercato del lavoro invia segnali di rallentamento che la Fed non può ignorare, mentre altri dati suggeriscono che l’economia statunitense conserva ancora sacche di vitalità. È un quadro contraddittorio che aumenta l’incertezza: la vera partita sarà capire se i prossimi mesi confermeranno la debolezza occupazionale o se l’attività produttiva riuscirà a reggere l’urto, allontanando il rischio di una crisi profonda.
