Editoriale
Questo non è un articolo di finanza.
È una riflessione su come scegliamo di farla.

Anche meno grazie

Archiviate le feste, si torna al lavoro.
Almeno per noi umani.

Io sono sia lettore che produttore di contenuti e, in questi giorni, il mio io lettore avrebbe voluto prendersi una pausa.
Ma non era possibile.

Ogni giorno — Natale compreso — qualcuno mi recapitava contenuti lunghissimi da leggere.

Ovviamente a Natale l’omino non era lì a scrivere.
Il bot sì.

In un editoriale del nostro Magazine free, mesi fa, avevo scritto che oggi il lettore ha un compito improbo.
Il primo problema è banale: non può più permettersi di leggere un buon libro.

Perché se dovesse stare dietro a tutto quello che viene riversato quotidianamente su Facebook, LinkedIn, Telegram, Substack… non resterebbe nemmeno un granello di tempo nella giornata.

E poi c’è un altro dettaglio che salta all’occhio, se ci fai caso: i testi seguono le mode.

C’è stato il periodo dei testi corti.


Tutto è iniziato il 21 marzo 2006, alle 21:50 PST, con il primo tweet della storia.
Era volutamente corto, perché l’idea era semplice: condensare un’informazione e renderla fruibile a milioni di persone che, per definizione, non hanno tempo.

All’epoca il tempo delle persone era considerato un bene prezioso.
Quasi in punta di piedi si sperava di rubarne un pezzettino minuscolo.

Oggi è tutto diverso.

Oggi si scrivono testi lunghissimi.
Sempre.
Su qualunque argomento.
Ogni giorno.

Il problema non è scrivere lungo.
Il problema è scrivere lungo sistematicamente.

Cinque anni fa, produrre testi da 3.000 o 5.000 parole richiedeva tempo, concentrazione, idee, revisione.
Farlo tutti i giorni era semplicemente incompatibile con una vita normale.

Oggi non più.

Oggi basta chiedere: “Prendi questo testo e allungalo.”
Oppure: “Scrivimi un articolo su questo tema.”

E il testo arriva.

Qui sta il punto che spesso viene fatto finta di non vedere: un conto è scrivere tu un testo, investirci due ore per pensarlo e metterlo giù, e poi usare GPT per rifinirlo.
Un altro è delegare il pensiero, e limitarsi a pubblicare.

Non è una questione morale.
È una questione di tempo umano.

Se tu pubblichi articoli lunghi, ogni giorno, su tutto, quel tempo non ce l’hai messo tu.
Qualcun altro — o qualcosa d’altro — l’ha fatto al posto tuo.

E se io, lettore, non ho tempo?
Pazienza.
È l’arroganza del: “Se non ce l’hai, arrangiati.
Toglilo allo svago, al riposo, a qualcos’altro.
Altrimenti rimani indietro in questo mondo che corre veloce”.

È una forma sottile di competizione indotta sul sapere.

A rendere evidente quanto il problema fosse diventato sistemico è stato anche Google.
Per anni i testi lunghi sono stati premiati come contenuti “di valore”. Perché in origine lo erano davvero: scriverli costava tempo, competenza, lavoro umano.

Poi il contesto è cambiato.

Nel solo 2025 Google ha rilasciato quattro aggiornamenti ufficiali sul ranking proprio per cercare di arginare l’abuso e distinguere, per quanto possibile, tra contenuti costruiti e contenuti gonfiati artificialmente.

Non è una soluzione perfetta ma è comunque un tentativo di arginare questo fenomeno.
Va infatti nella direzione giusta: difendere chi i contenuti li pensa davvero.

È una lotta costante tra il vero e il farlocco.

Nello stesso editoriale di mesi fa avevo scritto anche un’altra cosa: oggi, sulle spalle del lettore, grava un’ulteriore incombenza.

Capire da solo cosa è vero e cosa no.

Oggi però abbiamo almeno un indizio in più.
Non è una prova scientifica.
È un segnale debole, ma rivelatore.

Se a Natale leggi un contenuto evergreen, generico, senza tempo, probabilmente era solamente un contenuto scritto tempo prima e programmato.
Quindi normale.

Se a Natale leggi l’analisi dell’ultima news su Telegram, quella non può essere umana.
Non è una questione di bravura.

A tutto il mondo dei bot, e a chi li usa per riempire ogni spazio disponibile, vorrei dire una sola cosa: anche meno, grazie.

Alla fine la scelta è semplice.
Puoi leggere tutto — e non capire niente.


Oppure puoi leggere meno, e scegliere contenuti di valore che qualcuno ha davvero avuto il tempo di pensare.

Io ho scelto da che parte stare.
E tu?

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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