Per anni il mercato ha ragionato in modo lineare: un’azienda solida, sottovalutata, con prospettive di crescita poteva rappresentare un’opportunità. Si compravano azioni perché esisteva uno scostamento tra prezzo e valore, e quel divario — prima o poi — doveva rientrare.

Quel mondo incentrato sul fair value non esiste più.
O, quantomeno, ha perso centralità. La relazione prezzo → fondamentali → valore si è progressivamente allentata e, oggi, una parte consistente del mercato si regge su un fenomeno molto diverso: i buyback.

L’annuncio arrivato da Nvidia ad agosto 2025 — un programma di riacquisto da 60 miliardi di dollari, segnalato in un articolo sul sito Nasdaq — è stato accolto con la stessa indifferenza con cui ormai accogliamo qualsiasi maxi-riacquisto delle Big Tech. Ma è proprio questa “normalizzazione” che dovrebbe farci riflettere.

Perché dietro quei programmi apparentemente innocui potrebbe nascondersi una dinamica più fragile di quanto sembri.


Nvidia e i buyback: perché non è una storia come le altre

Nvidia genera una quantità di liquidità che non ha precedenti nella storia recente del settore tecnologico. E non si tratta di un dato “vecchio”: anche nell’ultima trimestrale del 19 novembre 2025 — Q3 FY26 — la società ha mostrato una capacità di generare cassa impressionante:

  • Free Cash Flow: 22,1 miliardi di dollari nel trimestre
  • Liquidità complessiva: ~31 miliardi di dollari
  • Capital return: 12,7 miliardi nel trimestre, fra dividendi e riacquisti

Questi numeri mostrano una cosa molto semplice: Nvidia produce più liquidità di quanta riesca a impiegare in investimenti industriali significativi. E quando un’azienda si trova in questa condizione, la tentazione (or necessità) di utilizzare quella liquidità per sostenere il proprio titolo in Borsa diventa fortissima.

Il problema è che questa dinamica non ha più nulla a che fare con la vecchia logica del buyback “perché l’azienda è sottovalutata”.


Il punto centrale: i buyback oggi nascono da un eccesso di liquidità, non da un’occasione di valore

Un tempo, il buyback era un messaggio preciso: crediamo che il mercato ci stia valutando meno di quanto valiamo realmente.
Oggi, sempre più spesso, il buyback dice qualcosa di diverso:

“Non sappiamo come impiegare in modo più redditizio tutta la liquidità che generiamo.”

Nel caso di Nvidia:

  • la generazione di cassa è enorme,
  • non esistono investimenti industriali con ritorni competitivi nel breve,
  • l’azienda è costretta ad allocare rapidamente capitale per non lasciarlo inutilizzato.

E quando ti trovi in questa posizione, le opzioni realistiche sono soltanto due:

  • Aumentare i dividendi
  • Riacquistare azioni proprie

Solo che, dal punto di vista narrativo, il dividendo non fa notizia.
Il buyback sì.

Il dividendo lo incassi e ti passa subito di mente, non mantiene un ancoraggio mentale negli investitori.

Oggi la banca mi ha mandato la notifica di un accredito cedola di un BTP: l’ho cancellata senza nemmeno aprirla, tanto “è il solito accredito”.
Il buyback, invece, fa crescere l’utile per azione, sostiene il titolo, migliora la percezione del mercato e alimenta l’idea di un’azienda “sempre vincente”.

Aumentando così l’hype sul titolo, che attira nuovi investitori, e la palla di neve si ingrossa fino a divenire una valanga.

È un meccanismo auto-rinforzante.
E come tutti i meccanismi auto-rinforzanti, funziona… finché funziona.


Quando una dinamica può trasformarsi in una bolla

1) Le azioni non si comprano più per i fondamentali

Quando una società ai massimi storici continua a riacquistare azioni proprie, non sta dicendo al mercato che il titolo è sottovalutato. Sta dicendo qualcos’altro: “non abbiamo alternative migliori”.

Questo, combinato con:

  • fondi tematici,
  • ETF,
  • investitori retail FOMO-driven,
  • gestione passiva crescente,
  • algoritmi che inseguono momentum,

genera una dinamica molto semplice: finché affluisce denaro il prezzo sale; quando il denaro smette di affluire, il mercato si sente tradito.

A quel punto, il mercato non è più un luogo di allocazione efficiente del capitale.
È un castello di carte che si regge sul flusso costante di nuovi acquisti.


2) Il parallelo con i subprime: una catena che regge finché c’è qualcuno che compra

La storia dei mutui subprime è un esempio istruttivo:
l’idea di cartolarizzare il debito deteriorato non era sbagliata in sé. In una sorta di schema Ponzi, fino a che continui a trovare una controparte disposta ad acquistare quel debito tutto funziona; quando viene a mancare la controparte disposta ad acquistare, tutto crolla.

La bolla è esplosa solo quando:

  • le emissioni hanno superato i fondamentali,
  • gli strumenti sono stati acquistati senza più valutarne la qualità,
  • e il sistema si reggeva solo finché esisteva qualcuno disposto a comprare.

I buyback, oggi, hanno una dinamica sorprendentemente simile:

  • non si comprano più azioni perché “valgono”,
  • si comprano per alimentare un prezzo che deve rimanere alto,
  • il sistema funziona finché i buyback continuano e gli investitori esterni seguono la scia.

Ma cosa succederebbe se — per un trimestre, un anno o un cambio normativo — questi flussi rallentassero?

Cosa succede se anche altre Big Tech decidono contemporaneamente di frenare i riacquisti?

I prezzi, improvvisamente, perdono il pilastro nascosto che li sosteneva.

E quando il mercato scopre che una parte della valutazione non era “fondamentale”, ma “autoalimentata”, il rientro può essere molto rapido.


Il rischio invisibile: una sopravvalutazione silenziosa

Questo non è un articolo su Nvidia.
È un articolo su un modello.

Quando:

  • i buyback diventano enormi,
  • sono ripetuti trimestre dopo trimestre,
  • avvengono ai massimi storici,
  • rappresentano una quota significativa della domanda complessiva sul titolo,
  • vengono interpretati come “normalità”,

allora non sono più una scelta di gestione del capitale.
Sono una componente strutturale della valutazione.

E questo genera un bias collettivo:

“Se il prezzo sale da anni, avrà un motivo.”

Sì: il motivo spesso c’è.
Ma non sempre coincide con ciò che gli investitori credono.


Cosa cambia con la trimestrale Q3 FY26 di Nvidia?

La trimestrale pubblicata a novembre 2025 (Q3 FY26) rafforza ulteriormente questa tesi.

  • Free cash flow record
  • Liquidità enorme e crescente
  • Capital return aumentato a 12,7 miliardi nel trimestre
  • Nessun annuncio di investimenti alternativi su scala simile

Non solo: la guidance per il prossimo trimestre indica ricavi in aumento e margini stabili.
Questo significa che la generazione di cassa rimarrà elevatissima anche nel 2026.

È quindi altamente probabile che Nvidia approvi un nuovo programma di buyback di dimensioni significative nel 2026. E, come sempre più spesso accade, l’assenza di alternative industriali convincenti renderà il riacquisto di azioni la strategia preferita.

In altre parole: la palla di neve continua a ingrossarsi.


Cosa potrebbe innescare la fase successiva

Non serve un “crollo” per vedere emergere le crepe.
Basta un rallentamento in uno di questi fattori:

  • free cash flow meno esplosivo,
  • minore intensità dei buyback,
  • guidance meno convincente sull’AI,
  • nuove restrizioni normative sui riacquisti,
  • margini in compressione.

Nel momento in cui il mercato smette di vedere il buyback come “benzina garantita”, la narrativa cambia.
E quando cambia la narrativa, cambiano i prezzi.

A quel punto la domanda diventa inevitabile:

quanto della crescita degli ultimi anni era sostenuta dai fondamentali, e quanto dall’effetto autoalimentante dei buyback?


Conclusione: più che una notizia, un segnale per chi investe davvero

Il buyback da 60 miliardi del 2025 e i numeri della trimestrale del 2026 raccontano la stessa storia: siamo dentro una dinamica che si regge su un eccesso di liquidità e su un meccanismo di sostegno ai prezzi che si autoalimenta.

Questo non implica un crollo “in arrivo”; anzi, mi allineo al pensiero comune che Nvidia sarà in grado di generare cassa per sempre, salendo per sempre.

Però sostengo l’idea che le bolle non si formano quando i prezzi salgono.
Si formano quando il mercato smette di chiedersi perché stanno salendo.

E il compito dell’investitore consapevole è proprio questo:
continuare a farsi le domande che tutti gli altri hanno smesso di farsi.

Fonti:

-articolo NASDAQ https://www.nasdaq.com/articles/nvidia-just-announced-record-60-billion-buyback-heres-what-it-means-investors

-dati finanziari da Investor Relation NVIDIA https://investor.nvidia.com/financial-info/financial-reports/default.aspx

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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