Il 2025 si è chiuso con 53 nuovi massimi storici per l’oro e una performance annua intorno al +55%. Un movimento di questa ampiezza ha inevitabilmente riaperto un dubbio ricorrente: si tratta di un eccesso speculativo destinato a rientrare oppure di un passaggio strutturale?

Ridurre l’oro a una semplice “asset class di moda” significa però ignorarne la natura monetaria. A differenza di azioni tecnologiche o criptovalute, l’oro non rappresenta un progetto o un flusso di cassa atteso, ma un’alternativa alle valute fiat quando la fiducia nel sistema monetario si incrina.

Le tensioni osservate sui metalli preziosi, incluse le recenti dinamiche sul mercato dell’argento e gli interventi tecnici del CME, non hanno segnato la fine del movimento. Piuttosto, hanno evidenziato fragilità nel sistema delle posizioni speculative e nella gestione delle coperture.

Da scettiche a rialziste: il cambio di postura delle grandi banche

Per decenni il sistema bancario ha mantenuto un atteggiamento prudente sull’oro. Un prezzo in forte crescita del metallo mette implicitamente in discussione la solidità del dollaro e delle valute di riferimento, oltre a sottrarre attenzione a prodotti finanziari più redditizi in termini commissionali.

Nel 2026, tuttavia, qualcosa è cambiato.

Goldman Sachs ha indicato una previsione di fine anno a 5.400 dollari l’oncia, accompagnandola con l’espressione “significant upside risk”, ovvero rischio significativo di ulteriori rialzi.
JP Morgan si è spinta oltre, parlando di 6.300 dollari come scenario base, con possibili estensioni fino a 8.500 dollari.

Si tratta solo di stime previsionali. Ma il dato rilevante è che provengono da istituzioni che storicamente non hanno mai costruito la propria comunicazione su scenari di forte rivalutazione del metallo.

Quando le principali banche globali iniziano a integrare l’oro nei propri scenari centrali, è un segnale da non sottovalutare.

Il contesto macro: debito e massa monetaria

Il quadro in cui si inseriscono queste previsioni è noto.

  • Debito globale pubblico e privato oltre 350.000 miliardi di dollari.
  • Debito federale statunitense intorno a 38.000 miliardi.
  • Espansione dell’aggregato monetario M2 negli Stati Uniti da 15.000 a oltre 22.000 miliardi nel giro di pochi anni.

L’erosione del potere d’acquisto è un effetto misurabile quando l’offerta di moneta cresce più rapidamente dell’economia reale.

Storicamente, in fasi di forte espansione monetaria l’oro ha reagito con movimenti significativi:

  • anni ’70: +2.300% (da 35 a 850 dollari);
  • post-crisi 2008: circa +170%;
  • periodo pandemico: +40%, con un contesto però condizionato da altre dinamiche speculative.

Ogni ciclo ha caratteristiche proprie, ma la relazione tra creazione di moneta e rivalutazione dell’oro è un dato ricorrente.

Le banche centrali e il ritorno dell’oro fisico

Un altro elemento strutturale riguarda le banche centrali.

Dal primo trimestre 2022, dopo eventi geopolitici che hanno messo in discussione la neutralità delle riserve in dollari, gli acquisti ufficiali di oro hanno accelerato in modo significativo. Secondo alcune stime, si è passati da circa 17 tonnellate mensili a oltre 100 tonnellate.

Goldman Sachs ha stimato che ogni 100 tonnellate di acquisti possano incidere per circa il 2% sul prezzo del metallo. Se i flussi annuali si attestano su 700–800 tonnellate, l’effetto cumulativo diventa rilevante.

Parallelamente, le scorte di argento nei magazzini COMEX risultano drasticamente ridotte rispetto al 2020. Anche questo è un indicatore di tensione tra domanda fisica e mercato cartaceo.

Allocazioni ancora contenute

Nonostante i rialzi, l’allocazione media globale all’oro nei portafogli resta inferiore all’1%. In altri cicli storici si sono osservati livelli medi superiori al 2%, con picchi oltre il 6%.

Se la quota detenuta dagli investitori istituzionali e retail dovesse avvicinarsi ai livelli storici, l’impatto sulla domanda sarebbe strutturale.

Più che un trend, una variabile sistemica

Più che concentrarsi su quanto l’oro abbia già corso, vale la pena osservare il messaggio che sta trasmettendo al mercato.

I movimenti di prezzo contano, ma ancora di più conta il contesto che li rende possibili.

Quando le principali banche d’investimento rivedono al rialzo le proprie proiezioni, quando le banche centrali accumulano oro fisico e quando la massa monetaria continua ad ampliarsi, il tema non riguarda soltanto un asset.

Riguarda la fiducia nel sistema monetario.

L’oro non produce cedole né dividendi. Non è uno strumento di crescita economica. Ma storicamente ha svolto una funzione precisa: misurare il valore della moneta, soprattutto quando la stabilità di quest’ultima viene messa in discussione.

L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche monetarie.

Le informazioni contenute hanno esclusivamente finalità informative e non costituiscono sollecitazione all’investimento né raccomandazione operativa. Ogni decisione finanziaria deve essere valutata in base alla propria situazione patrimoniale e al proprio profilo di rischio.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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