Per oltre un decennio ci siamo abituati a un’idea precisa di normalità: inflazione bassa, stabile, quasi invisibile.
Negli anni successivi alla Grande Crisi Finanziaria, soprattutto nel decennio 2010–2019, l’inflazione negli Stati Uniti è rimasta sistematicamente sotto la sua media storica. Un’anomalia più che una regola, ma vissuta come se fosse un nuovo equilibrio permanente.
Il grafico storico dell’inflazione americana racconta però una storia diversa. Guardando i dati di lungo periodo, emerge con chiarezza che l’inflazione media si colloca attorno al 3–3,5%, con ampie oscillazioni nel tempo. I lunghi periodi di inflazione compressa non sono la norma: sono l’eccezione.

Fonte: U.S. Bureau of Labor Statistics, Federal Reserve Bank of St. Louis (FRED).
L’eredità di un decennio di inflazione compressa
L’inflazione insolitamente bassa degli anni intorno al 2010 non è stata il frutto di un equilibrio virtuoso, ma il risultato di una lunga fase di aggiustamento post-crisi: domanda debole, crescita moderata, politiche monetarie straordinarie che, paradossalmente, non riuscivano nemmeno a riportare l’inflazione verso il target delle banche centrali.
Per anni la Federal Reserve ha tentato di alzare l’inflazione senza successo. Poi, nel giro di pochi trimestri, il contesto è cambiato radicalmente. La pandemia, le strozzature nelle catene di approvvigionamento, gli stimoli fiscali e monetari su scala globale hanno prodotto un’impennata dei prezzi che non si vedeva da decenni.
Il picco inflattivo del 2021–2022 è stato rapido e violento. Ma ciò che colpisce, a posteriori, non è solo l’intensità del movimento, bensì un fatto storico poco notato: per la prima volta un’inflazione superiore al 5% non è stata seguita da una recessione immediata.
Questo ha contribuito a rendere il rientro dell’inflazione più lento e, soprattutto, più fastidioso dal punto di vista sociale.
Non è il tasso che conta, è l’effetto cumulato
Dal punto di vista statistico, l’inflazione “alta” è durata relativamente poco. Negli Stati Uniti è salita sopra il 4% nella primavera del 2021 ed è tornata sotto quella soglia già nel 2023. Oggi il tasso di inflazione è di nuovo vicino a livelli che, in altri periodi storici, avremmo definito normali.
Eppure la sensazione diffusa è che qualcosa si sia rotto.
Il motivo è semplice: le persone non vivono l’inflazione come una variazione percentuale, ma come un livello di prezzi.
Negli ultimi anni, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato complessivamente di circa il 25–26%. Questo significa che il costo di beni e servizi quotidiani è salito in modo permanente. I prezzi non tornano indietro. Si stabilizzano più in alto.
Anche quando i salari, in media, riescono a tenere il passo, lo shock psicologico resta. Il “prezzo nuovo” viene percepito come un peggioramento dello standard di vita, non come una variabile macroeconomica.
Perché l’inflazione resta il problema numero uno
Nonostante il rallentamento dell’inflazione, quasi un americano su tre continua a indicare il costo della vita come il principale problema finanziario personale. La percentuale è scesa rispetto ai picchi recenti, ma rimane nettamente superiore ai livelli pre-2021.
Questo non significa che l’inflazione stia accelerando di nuovo. Significa che la ferita lasciata dall’inflazione cumulata non si è rimarginata.
Le preoccupazioni non riguardano solo i prezzi in sé, ma la capacità di mantenere il proprio tenore di vita: affitti, sanità, istruzione, risparmio per la pensione. È una forma di stress economico più sottile, meno legata al ciclo e più alla percezione di fragilità.
Il 3% come nuovo punto di arrivo
Nessuno è bravo a prevedere l’inflazione. Non lo sono gli economisti, non lo sono le banche centrali, non lo è il mercato.
Sul fronte macroeconomico non mancano gli scenari alternativi, ed è possibile che:
- l’innovazione tecnologica abbia effetti deflattivi,
- una recessione riporti pressione al ribasso sui prezzi,
- un nuovo shock cambi di nuovo le regole del gioco.
Tutto questo è possibile. Ma non è ciò che stiamo osservando ora.
Nel frattempo, il contesto attuale suggerisce un’inflazione strutturalmente meno compressa rispetto al passato recente. La differenza tra un’inflazione al 2% e una al 3% sembra marginale nel breve periodo. Ma nel lungo periodo non lo è affatto: su dieci anni significa una differenza sostanziale in termini di potere d’acquisto.
Più che un nuovo obiettivo, il 3% appare come un livello di inflazione con cui l’economia deve confrontarsi nel medio periodo: un’inflazione non fuori controllo, ma sufficiente a rendere più difficile la pianificazione, più visibili le perdite reali, più fragile l’equilibrio finanziario delle famiglie.
Non si torna indietro
Il punto finale, forse il più scomodo, è questo: non torneremo ai vecchi livelli di prezzo.
Possiamo tornare a un’inflazione più bassa, ma non ai prezzi di prima. Ed è questo che continua a generare frustrazione, anche quando i dati macro “migliorano”.
Più che chiederci se l’inflazione scenderà ancora, la domanda rilevante per investitori e risparmiatori è un’altra: come convivere con un mondo in cui l’inflazione non è più invisibile, ma una presenza costante.
La recessione non è certo qualcosa a cui bisogna ambire, ma spesso si manifesta quando le tensioni accumulate nell’economia diventano difficili da assorbire dalle famiglie.
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