Le oltre settanta richieste per costruire data center in Piemonte segnalano un problema molto più grande dei permessi e del suolo da assegnare. Da tempo diciamo che l’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale ha sete, e ce l’ha proprio mentre l’Europa attraversa una delle estati più calde mai registrate.

Proprio oggi, mentre gli esperti invitano le persone a bere di più, c’è chi pensa a nuovi datacenter vicino ai bacini idrici già in sofferenza.

Perché proprio il Piemonte

L’attrattività della regione viene di solito spiegata con tre fattori industriali: aree dismesse riconvertibili, vicinanza a Milano come snodo digitale, rete elettrica robusta. C’è però un quarto fattore che si nomina meno e che pesa quanto gli altri, l’acqua. Il Piemonte è vicino alle Alpi, e le Alpi sono il principale serbatoio idrico dell’Italia settentrionale, tra ghiacciai, nevai e i grandi bacini che alimentano il Po.

Già il Po, che però oggi è già ai minimi storici.

Un data center moderno ha bisogno di raffreddamento continuo, e il raffreddamento, nella maggior parte degli impianti attuali, vuol dire acqua.

L’estate in cui l’acqua è diventata scarsa

Nei giorni intorno al solstizio del 2026 un’ondata di calore eccezionale ha investito l’Europa, con temperature di 14-18 gradi sopra la media stagionale e punte vicine ai 44 gradi nella penisola iberica. Lo conferma il servizio Copernicus dell’Unione Europea, che documenta come l’Europa si stia riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale dagli anni Ottanta. Il caldo estremo si accompagna alla siccità: suoli aridi, bacini in calo, una pressione simultanea su salute, agricoltura ed energia.

In questo quadro arriva la richiesta di nuova capacità di calcolo, e le proporzioni vale la pena vederle scritte. Secondo stime riportate da fonti di settore internazionali, i data center più grandi arrivano a consumare 20 milioni di litri al giorno, il consumo di una cittadina tra i 10.000 e i 50.000 abitanti.

All’inizio tutto questo sembrava geograficamente lontano, i data center si costruivano negli USA e noi li usavamo; d’ora in poi, ogni grande data center entra in competizione con il consumo umano e agricolo per la stessa risorsa.

Chi ha la precedenza

È qui che la questione diventa scomoda. Dove i grandi operatori firmano contratti di fornitura e ottengono licenze di prelievo, l’acqua viene impegnata prima e in quantità che le comunità locali non riescono a eguagliare. A stabilire la precedenza sono i contratti, prima ancora di qualunque dichiarazione pubblica. In tempi di siccità questo significa che un’infrastruttura industriale può trovarsi davanti ai cittadini nella fila per la stessa acqua.

Cosa prova a fare la norma

La Regione Piemonte ha annunciato una legge dedicata, attesa per l’estate 2026, e i criteri anticipati riguardano proprio il modo in cui un data center occupa suolo e consuma risorse. Le voci principali emerse finora sono:

  • divieto di costruzione su suolo agricolo
  • riduzione del consumo di acqua per i sistemi di raffreddamento
  • recupero del calore prodotto dagli impianti
  • maggiore autonomia energetica tramite fonti rinnovabili

Si tratta di criteri annunciati, ancora da tradurre in testo approvato: le soglie quantitative arriveranno con l’iter regionale. Anche l’Unione Europea si muove nella stessa direzione e starebbe preparando standard minimi di efficienza idrica entro la fine del 2026. Il punto che apre la porta al discorso successivo è il secondo dell’elenco, la riduzione del consumo d’acqua. La tecnologia di raffreddamento più avanzata oggi guarda più in là della semplice riduzione, verso un prelievo vicino allo zero.

La parte che mi fa più impressione

Seguo da tempo l’infrastruttura dell’AI come tema di investimento, di solito dal lato bello: chip, fotonica, capacità di calcolo. Questa storia mi obbliga a guardare il lato fisico, e c’è un contrasto che non riesco a togliermi dalla testa. Mentre i bacini si abbassano e i data center prenotano l’acqua delle Alpi, ai telegiornali la stessa estate viene raccontata con l’invito a noi cittadini di bere di più e idratarci. Due messaggi che convivono senza mai incontrarsi: da una parte si chiede alle persone di consumare più acqua per resistere al caldo, dall’altra si autorizzano impianti che di quell’acqua ne prelevano quanto intere città. Se costruiamo solo data center senza ripensare il modo in cui li raffreddiamo, il conto idrico lo pagheranno prima gli umani.

La domanda che resta aperta

La domanda utile riguarda il come, con quale acqua e con quale sistema si raffreddano questi impianti?

La buona notizia è che una risposta tecnica esiste già, ci stanno lavorando ingegneri e produttori, e cambia radicalmente l’aritmetica dei consumi, fino a sfiorare quello zero che alla norma piemontese, per ora, sembra un traguardo lontano. È il tema del prossimo articolo.

L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche industriali.

Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento. Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.

Fonti: Copernicus Climate Change Service (riscaldamento europeo, ondata di calore giugno 2026); servizi meteo europei per le temperature dell’ondata; stime sui consumi idrici dei data center da fonti di settore internazionali (EESI, Data Center Knowledge, Network World) — valori da intendere come ordini di grandezza. La frase attribuita a vertici della Big Tech sulla precedenza dell’AI è non verificata e riportata come tale.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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