Quarant’anni di preparazione silenziosa

Nel 1983, la Banca Popolare Cinese ha ricevuto il mandato esclusivo per l’acquisto di oro e argento. Nel 2002 è nata la Shanghai Gold Exchange. Nel 2007, la Cina è diventata il principale produttore minerario di oro al mondo. Tre fatti separati, distanti nel tempo. Ma letti in sequenza, disegnano una strategia monetaria di lungo periodo, costruita con pazienza e fuori dai riflettori.

La leadership cinese ha studiato con attenzione la storia del sistema monetario europeo del XIX secolo. La supremazia commerciale britannica poggiava su una sterlina liberamente convertibile in oro a tasso fisso: chi trattava con Londra sapeva che la valuta era solida per definizione. Pechino sembra aver tratto da quella lezione una conclusione precisa: per costruire un sistema di scambi alternativo a quello centrato sul dollaro, serve prima di tutto una riserva aurea credibile. Il resto viene dopo.

I dazi e l’accelerazione

I piani cinesi operano su orizzonti temporali che l’Occidente fatica a padroneggiare, e i dazi annunciati da Washington nell’aprile 2025 hanno imposto un’accelerazione.

La risposta di Pechino è stata su più fronti simultaneamente: il tour di Xi Jinping negli stati ASEAN per riaffermare la politica di libero scambio cinese, la promozione intensificata del CIPS — il sistema di pagamenti internazionali che consente di scambiare valute senza passare per il dollaro — e due mosse infrastrutturali concrete: l’apertura di un vault della Shanghai Gold Exchange a Hong Kong e di un secondo in Arabia Saudita.

Quest’ultimo passaggio merita attenzione. Un deposito fisico di oro nel cuore del mercato petrolifero del Golfo non è un gesto simbolico. È la base logistica per un sistema di regolamento degli scambi energetici in una valuta diversa dal dollaro. La struttura c’è. Il contesto geopolitico che potrebbe attivarla si sta formando.

Su questo scenario, l’analisi di Alasdair Macleod pubblicata su vongreyerz.gold — riferimento riconosciuto nel dibattito sull’oro e sul sistema monetario — aggiunge un dettaglio difficile da verificare per noi in modo indipendente: un direttore di raffineria svizzera avrebbe riferito, già nel 2014, che i lingotti LBMA da 400 once provenienti dal Medio Oriente venivano sistematicamente rifusi nel formato cinese da 1 kg con purezza 99,99%. Se la testimonianza fosse fondata, la transizione era in corso molto prima che diventasse visibile.

Lo Stretto di Hormuz e il prezzo del transito

Il 28 febbraio 2026, a seguito di attacchi militari statunitensi e israeliani, l’Iran ha chiuso selettivamente lo Stretto di Hormuz alle navi non assicurabili tramite Lloyd’s. La mossa ha reso di fatto non operativi i transiti privi di copertura assicurativa, una condizione che colpisce una quota rilevante del traffico petrolifero globale.

In questo contesto, da metà marzo 2026 il transito nello Stretto è diventato subordinato al pagamento in yuan — tramite Kunlun Bank via CIPS — o in criptovaluta. Il sistema è stato codificato formalmente dal parlamento iraniano nello “Strait of Hormuz Management Plan”, approvato a fine marzo 2026.

Questa è una misura monetaria più che economica.

Per gli stati del Golfo che da oltre mezzo secolo hanno strutturato le proprie riserve in dollari, è un cambiamento di riferimento che non ha precedenti nella storia recente.

Il rischio per i paesi del Golfo (GCC) non è immediato e non è lineare. Se il principale canale di uscita del loro petrolio richiede yuan, la domanda di dollari nelle transazioni energetiche della regione diminuisce. Le riserve accumulate in dollari perdono centralità funzionale, non necessariamente valore nominale — ma la differenza tra le due cose tende ad assottigliarsi nel tempo.

Cosa manca ancora e perché conta

Il sistema che la Cina sta costruendo ha ancora una lacuna evidente: nessuna dichiarazione pubblica delle riserve auree effettive e nessun tasso di cambio fisso tra yuan e oro. Senza questi due elementi, il sistema rimane un’architettura in costruzione, non un’alternativa operativa.

Le riserve ufficialmente dichiarate — circa 2.300 tonnellate — sono quasi certamente sottostimate. Quanto, è impossibile dirlo con precisione dall’esterno. Macleod ipotizza ordini di grandezza nell’ambito delle decine di migliaia di tonnellate, costruendo l’argomento sulla base di quarant’anni di acquisti sistematici. È una stima plausibile, ma resta una stima.

Il punto più importante, però, non è il numero esatto. È che quando e se Pechino deciderà di rendere pubblico il quadro completo e di fissare un ancoraggio aureo allo yuan, la dinamica dei mercati valutari globali cambierebbe in modo strutturale. Non necessariamente in modo improvviso, ma in modo difficilmente reversibile.

La direzione sembra quella. I tempi, per definizione, restano incerti.

L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche industriali.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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