Con la fine della guerra le Borse partiranno al rialzo?

O addirittura subito al rialzo, con la classica inversione a “V” che diamo quasi per automatica ogni volta che si allenta una tensione geopolitica?

È possibile, ma non è affatto scontato. Vediamo perché.

La guerra ha creato un clima di incertezza che ha accelerato la debolezza dei listini americani, ma sarebbe semplicistico pensare che tutto dipenda da lì. Wall Street arrivava già a questo passaggio con qualche segnale di affaticamento, perché dopo anni di rialzi molto forti il mercato aveva già iniziato a mostrare una minore capacità di salire con la stessa continuità.

Le Borse, del resto, si muovono sempre trainate da due forze: i numeri e le idee. I numeri sono gli utili, la crescita, i tassi, l’inflazione, gli investimenti. Le idee sono i grandi temi che alimentano aspettative, multipli e fiducia. Una guerra può bloccare o rallentare entrambe le cose, perché aumenta il rischio, comprime la visibilità e spinge gli investitori a ridurre l’esposizione. Se però quella guerra si avvia verso una conclusione o anche solo verso una fase di de-escalation, il primo effetto naturale può essere un sollievo dei mercati.

Il sollievo può arrivare, ma un nuovo rialzo strutturale è un’altra cosa

Che la fine di una guerra possa aiutare le Borse è plausibile. Meno tensione geopolitica significa in genere meno pressione sul petrolio, meno timori sull’inflazione energetica, meno shock improvvisi sul sentiment. Tutto questo può favorire un recupero dei listini, anche rapido.

Il problema è che un rimbalzo di sollievo non coincide automaticamente con un nuovo ciclo rialzista. Perché un conto è recuperare terreno dopo una fase di paura. Un conto è ripartire davvero con un nuovo trend forte e duraturo.

Per fare questo il mercato ha bisogno di un nuovo motore.

E qui nasce la domanda più interessante: da dove dovrebbe arrivare?

La vecchia manifattura non sembra più in grado di fare da locomotiva

Nel secolo scorso le Borse erano dominate dall’industria manifatturiera. L’automotive, in particolare, è stato per decenni uno dei settori simbolo della crescita sia in Europa sia negli Stati Uniti. Era un comparto capace di trainare economia reale, occupazione, filiere, export e immaginario industriale.

Oggi quel mondo non è sparito, ma ha perso centralità e forza propulsiva. La Cina, nel frattempo, ha eroso quote importanti di un business che per circa un secolo è stato quasi interamente occidentale. Questo cambiamento lo si vede nei numeri, nei bilanci, nelle difficoltà strategiche dei grandi gruppi e nella fatica con cui il settore prova a ridefinire il proprio equilibrio.

Volkswagen resta uno dei simboli storici dell’industria europea, ma oggi si trova dentro una fase di ridimensionamento che racconta bene la fatica del settore. Anche Stellantis si muove in un contesto industriale e macroeconomico molto più fragile di qualche anno fa, mentre per la prima volta che io ricordi anche la giapponese Honda ha dato un segnale forte ridimensionando in modo significativo la propria spinta sull’elettrico.

Tutto questo dice che la transizione è più complicata del previsto, costa più del previsto e non sta premiando tutti allo stesso modo.
In questo quadro è difficile pensare che possa essere proprio l’automotive tradizionale il grande motore del prossimo rialzo secolare dei mercati.

Difesa e AI sono i candidati più probabili, ma nessuno dei due è una garanzia assoluta

Se non sarà la manifattura classica, allora potrebbe essere l’industria bellica? È una possibilità almeno parziale. Il comparto della difesa ha beneficiato molto dell’aumento delle tensioni internazionali e del cambio di postura europea sul piano strategico. L’idea di un’Europa più autonoma dagli Stati Uniti sul fronte militare ha già sostenuto aspettative e multipli.

Però anche qui conviene distinguere tra crescita strutturale e crescita emotiva. Se davvero dovessero ridursi sia la tensione in Iran sia quella in Ucraina, il settore potrebbe continuare a progredire perché i piani industriali e politici non si fermano. Ma potrebbe farlo con ritmi meno intensi di quelli scontati dal mercato nella fase di maggiore paura.

L’altro grande candidato resta ovviamente l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni è stata proprio l’AI a trainare in modo decisivo la Borsa americana. Gli Stati Uniti si sono mossi in un terreno quasi vergine, hanno costruito il loro mercato che non esisteva, hanno imposto leadership, infrastrutture, investimenti e aspettative. Hanno avuto il vantaggio competitivo del primo movimento e per un lungo tratto hanno potuto giocare quasi senza veri rivali.

Anche qui, però, bisogna immaginare che come è successo in altri settori, prima o poi arrivano nuovi concorrenti. La Cina difficilmente resterà immobile. DeepSeek, pur con tutti i limiti e le incognite del caso, è già un segnale che merita attenzione perché suggerisce che l’equilibrio competitivo potrebbe diventare meno scontato di quanto il mercato abbia immaginato nella prima fase dell’euforia AI.

Questo non significa che la leadership americana sia finita, significa però che l’ingresso di nuovi player potrebbe comprimere stime e utili futuri.

Può davvero ripartire oggi un nuovo megatrend secolare?

E allora torniamo alla domanda iniziale. Le Borse possono salire con la fine della guerra? Sì, certamente. Possono anche farlo in fretta, soprattutto se il mercato percepisce che viene meno un fattore di instabilità che aveva pesato su energia, fiducia e propensione al rischio.

Ma se con l’avvento dell’AI era più facile fare ipotesi, oggi fatico a immaginare un nuovo megatrend nascente.

Forse da questa fase può partire un nuovo trend importante. Ma al momento non è ancora facile immaginarlo con chiarezza.

Come sempre il nostro compito da investitori non è anticipare i mercati o immaginare cosa faranno ma adattarci al loro movimento.

L’articolo rientra nell’attività di analisi e informazione economico-finanziaria della redazione, impegnata da oltre vent’anni nello studio dei mercati e delle dinamiche industriali.

Disclaimer: Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di investimento. Ogni decisione deve essere valutata in autonomia alla luce della propria situazione patrimoniale e del proprio profilo di rischio.

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Dr. Walter Demaria Laurea in Psicoeconomia, è un giornalista - pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Torino. E’ tra i fondatori del Circolo degli Investitori ed è editorialista di diversi quotidiani finanziari. Insieme a Massimo Gotta ha pubblicato “Investire in obbligazioni”, che è ad oggi un best seller tra i testi che si occupano in maniera operativa dell’investimento in obbligazioni. Ha un approccio ai mercati di tipo quantitativo e ha guidato il team di sviluppo che ha creato il Trendycator. Disclaimer: L’autore Walter Demaria non detiene strumenti finanziari oggetto delle proprie analisi al momento della pubblicazione. Il nostro giornale rispetta la Carta dei Doveri dell’Informazione Economica Clicca qui--> Informazioni metodo Clicca qui-->

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