Qualche giorno fa il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dal titolo “Why We Could Use a Good Long Bear Market” (Perché potremmo trarre vantaggio da un long bear market).
Una tesi provocatoria? Forse.
Ma, in realtà, è la stessa idea che sostengo da anni sul Circolo degli Investitori: i cicli negativi non sono solo qualcosa da sopportare — spesso sono ciò che permette ai mercati, alle aziende e agli investitori di rimettersi in carreggiata.
Quando tutto sale, tutto funziona e tutto appare semplice, nessuno ha reale incentivo a cambiare.
La crescita a volte nasconde errori, inefficienze, debolezze: diciamo che quando tutto va bene diventa facile nascondere la polvere sotto il materasso.
È durante i rallentamenti — e ancor di più nelle crisi — che i nodi vengono al pettine e obbligano tutti a guardarsi allo specchio.
L’articolo del Wall Street Journal giunge a una conclusione molto affine al mio pensiero:
un bear market lungo può fare bene perché rallenta gli eccessi, costringe a riconsiderare le valutazioni e rimette ordine dove per troppo tempo si è dato tutto per scontato.
E lo fa partendo da un dato affascinante.
Nel grafico riportato dal WSJ (link), dedicato ai tempi di recupero dei principali bear market americani, emerge un punto chiave:
la crisi del 2000 è stata la più lunga di tutte, con 87 mesi — più di sette anni — necessari per tornare al precedente massimo.
Da lì in poi, i tempi si sono compressi sempre di più: la crisi del 2007 ha richiesto 65 mesi, il crollo del Covid appena pochi mesi.
È un promemoria semplice ma essenziale: non tutte le crisi sono uguali e, soprattutto, non tutte finiscono in fretta.
Anzi, storicamente, i mercati hanno impiegato anni per assorbire squilibri profondi.
E questa dinamica non riguarda solo gli indici.
Riguarda soprattutto le aziende.
Un esempio che ho sempre citato — e che molti lettori conoscono perché ho vissuto quell’ambiente dall’interno — è quello di FIAT durante la grande crisi del 2008.
Quando Sergio Marchionne prese in mano un’azienda in enorme difficoltà, la trasformazione fu drastica: ripensamento dei processi, riorganizzazione industriale, investimenti mirati, integrazione internazionale.
È legittimo chiedersi: senza la pressione imposta da quella crisi, FIAT avrebbe intrapreso un percorso di cambiamento così profondo?
Probabilmente no.
Questo vale per le aziende tanto quanto per i mercati finanziari.
I lunghi periodi di crescita ininterrotta tendono a creare un senso di invulnerabilità che, alla prima vera battuta d’arresto, si rivela fragile.
Al contrario, i cicli negativi più lunghi — quelli in cui serve resistere, adattarsi, fare scelte difficili — contribuiscono a costruire fondamenta più solide per la società.
La domanda iniziale, “Ci serve un long bear market?”, non è un auspicio.
È un invito alla realtà: sui mercati non esiste sempre e solo il “buy the dip”. Non devono recuperare in sei mesi solo perché ormai ci siamo abituati così. Non devono confermare il nostro ottimismo.
La storia economica e finanziaria insegna che le trasformazioni più durature e profonde — sia nei mercati, sia nelle aziende, sia negli investitori — nascono quasi sempre da momenti di pressione, non da momenti di euforia.
Il punto è chiedersi se, quando arriverà — perché prima o poi arriverà — la prossima lunga crisi saremo pronti ad attraversarla, oppure se le nuove generazioni abituate al “buy the dip” ne rimarranno travolte.
Fonte WSJ: Why We Could Use a Good, Long Bear Market
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